«è qui che inizia l’empatia»

Le persone hanno adottato nuove tecnologie perché ricercavano un maggior controllo, ma hanno finito per sentirsi controllate dalle tecnologie. L’io amabile e idealizzato che hanno creato con i social media lascia ancora più isolato il loro io reale. Comunicano incessantemente, ma hanno paura delle conversazioni faccia a faccia; sono preoccupati, spesso in modo nostalgico, di tralasciare qualcosa di fondamentale.

La conversazione presuppone solitudine, per esempio, perché è nella solitudine che impariamo a pensare per conto nostro e sviluppare un senso stabile dell’io, elemento essenziale per accettare gli altri come sono.

Quando parli a qualcuno di persona, sei costretto a riconoscere la sua piena realtà umana, ed è qui che inizia l’empatia. E la conversazione si porta dietro il rischio della noia, la condizione che gli smartphone ci hanno insegnato a temere sopra ogni altra cosa, ma anche la condizione in cui si sviluppano la pazienza e l’immaginazione.

In Reclaiming Conversation Sherry Turkle usa un tono terapeutico ed esortativo. Invita i genitori a capire cosa c’è in gioco nelle conversazioni familiari – «lo sviluppo della fiducia e dell’autostima», «la capacità di provare empatia, amicizia, intimità» – e a riconoscere la propria vulnerabilità rispetto agli incanti della tecnologia.

Ma forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità “gratuita” di Google, la confortevolezza di Facebook e la compagnia affidabile degli iPhone.

Jonathan Franzen, “Social solitudine”, in “The New York Times” e “la Repubblica” 11 ottobre 2015 (traduzione di Fabio Galimberti).

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