«perché un ragazzo di quindici anni non sa più disegnare?»

Le età perdute del nostro disegnare

Giorni fa, sono venuti a trovarmi due bambini, di quattro e sei anni. Appena arrivati hanno chiesto dei fogli e dei pennarelli, e si son messi sul pavimento a disegnare, insieme, per ore. Li ho visti felici. Disegnavano treni, navi, regine, nuvole, cavalli. E poi correvano da noi adulti a mostrarci e regalarci, fieri, i loro disegni. I bambini disegnano. Amano disegnare, e per anni lo fanno. Ovunque si trovino, chiedono un foglio e dei colori si mettono buoni a fare i loro disegni, belli o brutti che siano.
Poi crescono e smettono.
Quale meccanismo s’inceppa? C’è un responsabile, un colpevole? E chi è? Siamo noi adulti? È la scuola? È mai possibile che proprio l’andare a scuola inibisca il flusso così spontaneo di disegni? Perché un ragazzo di quindici anni non sa più disegnare, e magari da bambino lo sapeva fare così bene? Dove si è perso?
Forse un certo punto non glielo chiediamo più. Per esempio al liceo non si fa disegno: e non viene in mente a nessun insegnante, di italiano o di matematica o di filosofia, di chieder loro di esprimere un concetto, invece che scrivendo o parlando, disegnando. Eppure sarebbe uno strumento espressivo così potente, così immediato, liberatorio e originale.
Forse a un certo punto riteniamo che disegnare sia una cosa da bambini, un infantilismo, e che i nostri figli e allievi debbano entrare nel mondo adulto. Ma di cosa è fatto il mondo adulto, se si nega la felicità e la libertà di tradurre in disegno le idee che ci vengono sul mondo? Di colpo rimaniamo tutti privi di segni, privi della capacità di tracciare segni su un foglio che ricreino la realtà.
Qualcuno continua, sì, ma pochi. E pochi diventano pittori, poeti. Forse i pittori e i poeti sono i bambini che non crescono. In loro permane un’infanzia intatta.
Mi dispiace per gli altri. Vorrei che tutti continuassimo per tutta la vita a coltivare questo nostro dono innato, e libero. Non riesco a non pensare che saremmo migliori. O meglio, la nostra vita sarebbe migliore.

Paola Mastrocola, “Il tempo è imprevedibile”, in “Il Sole 24 Ore” del 25 ottobre 2015