«l’unica possibilità è imparare a ridimensionare il proprio io»

Insomma c’è stata un’ideologia dell’istruzione che oggi non funziona più. Il suo cedimento è diventato evidente: i laureati allo sbando testimoniano drammaticamente che la crisi ormai lunga della legittimazione delle gerarchie sociali sulla base dei titoli di studio è giunta a compimento.

Le contraddizioni  del sistema formativo diventeranno sempre più evidenti segnandone la decadenza? Avremo una buona cultura diffusa senza più alcun nesso con il modo di guadagnarsi da vivere?  Avremo più diligenza colta e meno intelligenza? Diciamo che in genere io sono incantata da quelli che producono idee, non da quelli che le chiosano. Anche se, devo dire, un mondo di fantasiosi realizzatori di grandi idee mi sembra una meta formidabile. In esso mi sentirei meglio.

È meno progressiva e impetuosa, ma più sensata, la navigazione a vista, specialmente quando i gorghi abbondano. A me sembra inevitabile vivere sul bordo del caos, è ciò che tocca a chi sente – e chi scrive non può non sentirlo – l’equilibrio precario di tutte le esistenze e di tutto l’esistente. È giusto e stimolante avere sempre bene a mente che se lì, in quel determinato luogo, le cose un po’ funzionano, altrove non funziona niente e lo squilibrio distante è il segno di un cedimento che presto ci investirà.

Non vedo il capolinea di alcunché, e non mi piacciono né i pessimisti né gli ottimisti. Cerco solo di guardarmi intorno.  Se la meta deve essere una vita non dico felice ma agevole per tutti, non c’è capolinea,  ma un continuo  ripensare il percorso, che non riguarda solo le singole vite, ma – come le dicevo – le generazioni. Io o lei – chiunque – non siamo solo questo ‘tempo-adessò e nemmeno ‘gli ultimi decenni’.

La famiglia è di per sé violenta, lo è tutto ciò che si fonda su legami di sangue, vale a dire legami non scelti,  legami che ci impongono la responsabilità dell’altro anche se non c’è stato mai un momento in cui abbiamo deciso di assumercela. I buoni sentimenti e i cattivi sono sempre eccessivi, nella famiglia: affermiamo esageratamente i primi e neghiamo esageratamente i secondi. È eccessivo Dio padre. Abele è eccessivo quanto Caino.

I cattivi sentimenti sono particolarmente insopportabili quando è il consanguineo a suscitarli. Caino alla fin fine uccide per recidere il legame di sangue. Non vuole essere più il custode di suo fratello. Essere custode è un compito insopportabile, una responsabilità sfiancante. Soprattutto non è facile accettare che i cattivi sentimenti siano suscitati non solo dall’estraneo, il rivale – colui che è sull’altra riva del ‘nostrò corso d’acqua, che non sta sul nostro suolo e non ha il nostro sangue – ma forse, con maggiore cogenza, da chi ci è vicino, il nostro specchio, il prossimo che dovremmo amare, noi stessi.

Scrivo per testimoniare che sono vissuta e che ho cercato una misura per me e per gli altri, visto che gli altri non potevano o non sapevano o non volevano farlo. Bene, questo cos’è se non superbia? E cosa significa se non: voi non sapete vedermi e vedervi, ma io mi vedo e vi vedo? No, non c’è via d’uscita.

L’unica possibilità è imparare a ridimensionare il proprio io, a rovesciarlo nell’opera e tirarsene via, a considerare la scrittura come ciò che si separa da noi non appena è compiuta: uno dei tanti effetti collaterali della vita activa.

“Elena Ferrante sono io”: Nicola Lagioia intervista la scrittrice misteriosa

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