mettere in scena il corpo

Uno degli aspetti fondamentali del nostro progetto è il passare tempo insieme non affettati per classi anagrafiche; un tempo esistevano classi miste, alle elementari non metropolitane, in cui l’interazione tra grandi e piccoli non aveva affatto come unica opzione il bullismo. In un ragazzo tredicenne incartapecorito dallo smartphone e dalla necessità di fingersi grande senza la cognitività di un grande, dopo una settimana di convivenza scattano skills sorprendenti: affettività verso i piccoli più impacciati, la sensazione che essere esempio è meglio che fingersi cretino… e nei piccoli c’è il riconoscimento di una grado intermedio di adultità non fossilizzato nel ruolo didattico o pedagogico. In particolare nei giochi d’acqua, dove entra in campo il corpo con la sua bellezza e la sua agilità (esattamente come nello sport), queste dinamiche nel corso delle settimane di saperi semplici camp sono accelerate enormemente; da isterie e pianti iniziali a “epiche battaglie” finali, con offese da parte dei grandi a danno dei piccoli istruite in allegri processi che risarcivano i piccoli e facevano loro sentire il potere dell’equità, fraternamente accettata dai grandi.

Ovviamente, l’educatore è il regista e lo sceneggiatore del canovaccio: in acqua con il suo corpo, il suo gioco, la sua improvvisazione, una educazione affettiva e etica non verbalizzata ma messa in scena.

Daniele Martino, 30 luglio 2016

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