liberiamoli dai voti | Alice Di Leva

Mi capita molto spesso di osservare, nei mesi estivi, le coppie di nonni e nipoti in vacanza insieme.

Trovo meravigliosa l’idea che una parte dell’estate sia dedicata a un rapporto esclusivo e senza eguali. A un tempo dettato da ritmi lenti e caratterizzato dalla ricchezza di un legame che, personalmente, mi ha insegnato l’amore che resiste all’assenza e, professionalmente, mi affascina per la possibilità data ai bambini di godere di un legame di accudimento solitamente meno normativo ma non per questo meno educativo.La mia curiosità si unisce, poi, a un misto di interesse e deformazione professionale che mi porta, qualsiasi cosa stia facendo e dovunque mi trovi, a prestare attenzione alla voce dei bambini. Ciò mi permette di godere di intuizioni geniali e ragionamenti arguti quasi tutti i giorni e in qualsiasi contesto. Il che è raro se ci si accontenta degli scambi con gli adulti.

 Un insieme di questi due interessi mi ha portata, quest’estate, ad assistere a un evento interessante.

 Mi trovavo in un hotel, a bordo di una piscina. Nonna e nipote stavano facendo il bagno insieme. La bambina, che avrà avuto otto-nove anni, si esibiva in costanti evoluzioni che andavano dalle capriole a vere e proprie coreografie. La nonna osservava. Doveva osservare, perché sappiamo quanto lo sguardo dell’adulto amato e la sua attenzione siano importanti e aggiungano senso. La nonna, divertita, osservava. Prestava attenzione e obbediva all’imperativo: “guardami!”, che le veniva ripetuto di continuo. Dopo una decina di minuti, la bambina decide di cimentarsi nei tuffi. La nonna, nel frattempo, uscita dall’acqua si era sistemata sulla sdraio.

«Nonna, guardami! Com’era?»
– Bello! Brava
«Ma come sono stata?»
– Brava, sei stata brava

La bambina però, non pareva affatto soddisfatta. Nervosa, ribatte

«Sì ma…dammi un voto!»

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Non so cosa mi abbia fatto avvertire in maniera chiara e netta che il gioco, con quella frase, si era rotto. Si era guastato. Credo sia stato il tono concitato della bambina che in quel “brava” non riusciva a trovarsi. Ci annegava dentro. L’appiglio, la certezza, era un voto, un numero. Come a scuola. Come una scuola che non spiega con le parole, ma valuta con i numeri. Che categorizza in un modo semplice per i grandi, e meno comprensibile per i bambini. Così anche un gioco, che non è il gioco simbolico del “facciamo che tu eri la maestra..”, ma un gioco spontaneo, estivo e scollegato da un contesto valutativo, diventa qualcosa da misurare. E mi chiedo quanto sia difficile, a otto anni, capire che quel numero denota una prestazione, e non ci descrive. Capire che essere intelligenti, brillanti, confusi, affaticati e tante altre cose ancora non significhi essere cinque, nove o sei. E rifletto su una scuola che, forse, sta perdendo le parole. Che valuta molto e di fretta e traduce poco il numero in significato. Un significato bambino.

Quanto questo mio ragionamento trovi conferma nel rapporto che questa bambina ha con la scuola, non lo saprò mai. Ma so che la nonna ha avuto difficoltà, in quel momento, a rispondere. Forse anche a lei, l’idea di dare un numero ad un gioco, pareva strana. E ha fatto quello che tutti noi facciamo, ha collegato un gioco bello a un voto alto, per soddisfare il desiderio di trovare un posto chiaro su un continuum crescente e senza sfumature che va da “scarso” a “bravo”.E il bello è diventato numero. Il tuffo è diventato compito. Il gioco si è incrinato. E la nonna ha ceduto: «9 e mezzo!».

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

semplici camp | Torino 2017

La nostra seconda estate-ragazzi, la prima formalmente riconosciuta dalla Città di Torino e dal suo ITER, si è svolta dal 12 giugno al 4 agosto e dal 28 agosto al 1° settembre. Su questo sito, sulla nostra pagina Facebook e sui nostri profili Twitter e Instagram, potrete trovare molte immagini e video che testimoniano come lavoriamo, e come stanno con noi bambini e ragazzi; ringraziamo i genitori che hanno fiducia in noi e nel magnifico staff del Cit Turin LDE – che ci ha ospitato anche quest’anno. Abbiamo ricevuto tante mail di ringraziamento dai genitori, che hanno certificato il benessere dei loro figli al ritorno a casa ogni giorno e a fine settimana. Ci rivedremo presto!

Vi dedichiamo una canzone, registrata l’ultimo giorno:

 

ringraziamento per il cibo

ringraziamo per il cibo che ci viene offerto, perché tanti esseri viventi in tutto il mondo in questo momento non hanno di che mangiare, e hanno fame

pensiamo a come è arrivato questo cibo sulla nostra tavola:
diciamo grazie a tutti coloro che l’hanno scelto al mercato, l’hanno cucinato, e ce lo portano qui in tavola

ci siamo comportati bene? meritiamo questo cibo?
siamo qui per nutrirci bene, e non per abbuffarci avidamente
mangiamo questo cibo per la salute del nostro corpo, per rinnovare la nostra energia
mastichiamo bene, lentamente, in silenzio, parliamo con la bocca vuota e con la voce bassa

restiamo seduti e comportiamoci gentilmente con i nostri vicini di tavola

ringraziamo quando ci servono acqua e cibo

non sprechiamo la preziosa acqua e non avanziamo il prezioso cibo: se siamo sazi, offriamolo con gentilezza a chi ha più fame di noi

grazie a tutti coloro che ci aiutano! ai nostri genitori, ai nostri maestri, all’umanità intera, a tutti gli esseri che soffrono!

quando avremo finito di mangiare, raccoglieremo con ordine le posate e i piatti da lavare, li metteremo in piccole pile per aiutare chi sprepara per noi. Riporremo i bicchieri di plastica e i tovaglioli di carta nella raccolta differenziata.

Buon appetito a tutti!

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con Daniele Martino, Francesco Mollo, Adama Sene, Luca Piccarreta, Alice Di Leva, Rosalinda Ristallo

 

«accarezzare le madri»

Se una comunità tiene ai propri figli, deve accarezzare le sue madri.

John Bowlby

 

Grazie agli studi di Lorenz (1935) sul seguire manifestato dagli anatroccoli e scollegato dalle funzioni nutrizionali, Bowlby cercò di strutturare una nuova metapsicologia della psicoanalisi basata sull’attaccamento, la quale scollegava il concetto di attaccamento da quelli di cibo e di sessualità, secondo cui il comportamento di attaccamento si manifesta in una persona quando essa consegue o mantiene una prossimità con un’altra persona considerata in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. La funzione biologico-psicologica sarebbe quindi quella di fornire protezione e tale comportamento, più evidente sicuramente nell’infanzia, si manifesterebbe in tutto l’arco della vita del soggetto.

La teoria dell’attaccamento ha così permesso di identificare la presenza di una struttura psicologica interna che comprende schemi di rappresentazione del sé e della figura di attaccamento e che può spiegare sia il comportamento di attaccamento generale che l’attaccamento duraturo con figure specifiche.

Alla luce di queste considerazioni poi si possono quindi spiegare anche diversi Fenomeni Clinici:

1. Angoscia di Separazione: viene vista come suscitata da un aumento del rischio per il soggetto, dovuto al fatto di aver paura di perdere un soggetto che gli fornisce protezione;

2. Lutto: vari studi attuati sui bambini dimostrarono come vi siano alcune componenti del lutto, inteso come la reazione alla perdita di un soggetto, da considerare normali in quanto presenti anche in soggetti adulti sani (collera, negazione della perdita e ricerca del soggetto perduto). Definire quali siano i meccanismi del lutto normale ha permesso quindi di definire gli elementi patologici di queste situazioni;

3. Processi Difensivi: è fondamentale quella che Bowlby definisce Esclusione Difensiva, la quale permette di interrompere per un certo periodo i processi di attaccamento e gli elementi emotivi coinvolti.

I dati provenienti dalle numerose ricerche indicano quindi che le gli Effetti delle Esperienze Infantili Negative sono principalmente di due tipi:

– rendono il soggetto più vulnerabile a esperienze avverse successive;

– aumentano la possibilità che si vada incontro a ulteriori esperienze del genere.

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accogliere è un invito | Daniele Martino

Niki è arrivato ieri con un volo da Mosca. La mamma è restata là. Il padre non lo ha mai conosciuto. Un’amica della mamma lo sta ospitando per dargli un po’ di vacanza. Arriva la mattina al semplici camp, la nostra estate-ragazzi al Cit Turin, è affettivamente sconvolto, si rannicchia in un angolo e piange, non vuol restare alla nostra estate-ragazzi, piange, scappa sulla strada, lo inseguo spaventato (io), lo prego di rientrare con me. Non conosce una parola di italiano, ma sa il francese. Così riesco a parlargli. Gli piace il calcio. Tifa Spartak Mosca. Resta con noi: il pallone gli fa dimenticare tutto.

In piscina con gli altri educatori e gli stagisti liceali cominciamo a usare Google Transfer, e comunichiamo con lui in russo: sorride per la prima volta.

A pranzo gli spiego che la nostra lettura prima di cominciare è un ringraziamento, perché noi possiamo nutrirci, mentre tanti sulla Terra in questo momento non hanno di che mangiare. Annuisce. Sì, gli piace la cucina italiana, mangia la pasta al pomodoro e il pane. Anche l’acqua frizzante fresca.

Nello spazio studio, dopo, lo invitiamo a trascrivere i nomi di noi educatori e dei suoi compagni. Guarda un po’ con noi un film perché c’è temporale: è Le petit Nicolas di Goscinny.

Poi fa un pisolino, è stanco per il viaggio e le emozioni.

A fine giornata è sudato e contento: la doccia la vuole fare a casa. Dice che domattina ritornerà.

Oggi è tornato, ha fatto yoga con noi, ha giocato a calcio e – per la prima volta in vita sua –  a calcio-balilla.

Comincia a scherzare con qualche compagno. Sorride.

Ogni tanto mi volto verso di lui e lo rivedo seduto solo, con la fronte crollata su un braccio. La malinconia lo prende e gli toglie le forze.

Ricomincia a giocare da solo, stanga il pallone a muro e un rimpallo gli piega un dito. Così adesso ha male anche lì, lo ghiaccio, lo fascio rigido, ma non basta, si va al Pronto Soccorso.

Sono io che ho voluto accettare la sua iscrizione, prendere i documenti russi, non sapendo nulla di lui. Ero convinto che sarebbe stato meglio con noi che solo chiuso in casa con una anziana, in una città straniera per lui; il giorno dopo è venuto con il dito steccato, e la sua disposizione a stare male così l’ha avuta quasi vinta: poi il giorno si è srotolato, prima con lenti, danzanti movimenti qigong che poteva fare, e con il calcio, e con il pasto, dove si è seduto lontano senza volerne sapere di venirci accanto. Gli ho portato il cibo, come si fa con un animaletto selvaggio che non si fida di te ma ha fame e accetta ciò che gli offri.

Il giorno dopo da Mosca è arrivata sua madre, e non è venuto più, non ho potuto salutarlo e abbracciarlo come quando lo chiedeva come lo chiede un bambino riottoso, sedendosi di spalle davanti a te e lasciandosi lentamente andare di schiena sul tuo petto.

I miei colleghi educatori più affettivi mi hanno parlato spesso di questo senso di rammarico ai congedi da un bambino che soffre: ho fatto tutto quello che avrei potuto, con lui? ho cercato gli approcci giusti? Il tempo non è bastato, il germoglio della relazione non ha avuto tempo di spuntare… ma io resto ottimista, credo che il seme che un educatore lancia tocchi sempre terra dalle parti di un bambino. Non vedremo il frutto, ma verrà.

Daniele Martino © la scuola dei saperi semplici 2017

Niki traduce

il falò psicomagico degli inutili compiti delle vacanze | semplici camp 2017