semplici camp | Torino 2017

La nostra seconda estate-ragazzi, la prima formalmente riconosciuta dalla Città di Torino e dal suo ITER, si è svolta dal 12 giugno al 4 agosto e dal 28 agosto al 1° settembre. Su questo sito, sulla nostra pagina Facebook e sui nostri profili Twitter e Instagram, potrete trovare molte immagini e video che testimoniano come lavoriamo, e come stanno con noi bambini e ragazzi; ringraziamo i genitori che hanno fiducia in noi e nel magnifico staff del Cit Turin LDE – che ci ha ospitato anche quest’anno. Abbiamo ricevuto tante mail di ringraziamento dai genitori, che hanno certificato il benessere dei loro figli al ritorno a casa ogni giorno e a fine settimana. Ci rivedremo presto!

Vi dedichiamo una canzone, registrata l’ultimo giorno:

 

ringraziamento per il cibo

ringraziamo per il cibo che ci viene offerto, perché tanti esseri viventi in tutto il mondo in questo momento non hanno di che mangiare, e hanno fame

pensiamo a come è arrivato questo cibo sulla nostra tavola:
diciamo grazie a tutti coloro che l’hanno scelto al mercato, l’hanno cucinato, e ce lo portano qui in tavola

ci siamo comportati bene? meritiamo questo cibo?
siamo qui per nutrirci bene, e non per abbuffarci avidamente
mangiamo questo cibo per la salute del nostro corpo, per rinnovare la nostra energia
mastichiamo bene, lentamente, in silenzio, parliamo con la bocca vuota e con la voce bassa

restiamo seduti e comportiamoci gentilmente con i nostri vicini di tavola

ringraziamo quando ci servono acqua e cibo

non sprechiamo la preziosa acqua e non avanziamo il prezioso cibo: se siamo sazi, offriamolo con gentilezza a chi ha più fame di noi

grazie a tutti coloro che ci aiutano! ai nostri genitori, ai nostri maestri, all’umanità intera, a tutti gli esseri che soffrono!

quando avremo finito di mangiare, raccoglieremo con ordine le posate e i piatti da lavare, li metteremo in piccole pile per aiutare chi sprepara per noi. Riporremo i bicchieri di plastica e i tovaglioli di carta nella raccolta differenziata.

Buon appetito a tutti!

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con Daniele Martino, Francesco Mollo, Adama Sene, Luca Piccarreta, Alice Di Leva, Rosalinda Ristallo

 

accogliere è un invito | Daniele Martino

Niki è arrivato ieri con un volo da Mosca. La mamma è restata là. Il padre non lo ha mai conosciuto. Un’amica della mamma lo sta ospitando per dargli un po’ di vacanza. Arriva la mattina al semplici camp, la nostra estate-ragazzi al Cit Turin, è affettivamente sconvolto, si rannicchia in un angolo e piange, non vuol restare alla nostra estate-ragazzi, piange, scappa sulla strada, lo inseguo spaventato (io), lo prego di rientrare con me. Non conosce una parola di italiano, ma sa il francese. Così riesco a parlargli. Gli piace il calcio. Tifa Spartak Mosca. Resta con noi: il pallone gli fa dimenticare tutto.

In piscina con gli altri educatori e gli stagisti liceali cominciamo a usare Google Transfer, e comunichiamo con lui in russo: sorride per la prima volta.

A pranzo gli spiego che la nostra lettura prima di cominciare è un ringraziamento, perché noi possiamo nutrirci, mentre tanti sulla Terra in questo momento non hanno di che mangiare. Annuisce. Sì, gli piace la cucina italiana, mangia la pasta al pomodoro e il pane. Anche l’acqua frizzante fresca.

Nello spazio studio, dopo, lo invitiamo a trascrivere i nomi di noi educatori e dei suoi compagni. Guarda un po’ con noi un film perché c’è temporale: è Le petit Nicolas di Goscinny.

Poi fa un pisolino, è stanco per il viaggio e le emozioni.

A fine giornata è sudato e contento: la doccia la vuole fare a casa. Dice che domattina ritornerà.

Oggi è tornato, ha fatto yoga con noi, ha giocato a calcio e – per la prima volta in vita sua –  a calcio-balilla.

Comincia a scherzare con qualche compagno. Sorride.

Ogni tanto mi volto verso di lui e lo rivedo seduto solo, con la fronte crollata su un braccio. La malinconia lo prende e gli toglie le forze.

Ricomincia a giocare da solo, stanga il pallone a muro e un rimpallo gli piega un dito. Così adesso ha male anche lì, lo ghiaccio, lo fascio rigido, ma non basta, si va al Pronto Soccorso.

Sono io che ho voluto accettare la sua iscrizione, prendere i documenti russi, non sapendo nulla di lui. Ero convinto che sarebbe stato meglio con noi che solo chiuso in casa con una anziana, in una città straniera per lui; il giorno dopo è venuto con il dito steccato, e la sua disposizione a stare male così l’ha avuta quasi vinta: poi il giorno si è srotolato, prima con lenti, danzanti movimenti qigong che poteva fare, e con il calcio, e con il pasto, dove si è seduto lontano senza volerne sapere di venirci accanto. Gli ho portato il cibo, come si fa con un animaletto selvaggio che non si fida di te ma ha fame e accetta ciò che gli offri.

Il giorno dopo da Mosca è arrivata sua madre, e non è venuto più, non ho potuto salutarlo e abbracciarlo come quando lo chiedeva come lo chiede un bambino riottoso, sedendosi di spalle davanti a te e lasciandosi lentamente andare di schiena sul tuo petto.

I miei colleghi educatori più affettivi mi hanno parlato spesso di questo senso di rammarico ai congedi da un bambino che soffre: ho fatto tutto quello che avrei potuto, con lui? ho cercato gli approcci giusti? Il tempo non è bastato, il germoglio della relazione non ha avuto tempo di spuntare… ma io resto ottimista, credo che il seme che un educatore lancia tocchi sempre terra dalle parti di un bambino. Non vedremo il frutto, ma verrà.

Daniele Martino © la scuola dei saperi semplici 2017

Niki traduce

«cercando nel silenzio la quiete»

Ma per potere incontrare la bellezza bisogna compiere a volte lunghe manovre di avvicinamento. Bisogna fare un po’ di vuoto intorno, cercando nel silenzio la quiete e la concentrazione capaci di aprirci all’ascolto. Soprattutto dobbiamo trovare e regalarci tutto il tempo necessario per non fare le cose in fretta e con superficialità. La scuola, per me, non deve imitare ciò che accade nella società, ma operare per contrasto, in modo critico e concreto. Se tutti corrono, ci vuole un luogo dove poter andare lenti. Se andiamo lenti aumentano le possibilità che arrivino tutti e forse si apre l’opportunità di incontrare davvero profondamente qualcosa. Perché per arrivare a osservare i movimenti di una nuvola, ascoltare un racconto, trovare con un gesto il tratto e il colore per una pittura o scrivere parole sincere ed autentiche, ci vuole tempo, tanto tempo.

Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande

 

united colors al Cit Turin

i bambini della scuola dell’infanzia Villaggio di Smile, i ragazzini dai 6 ai 14 anni della Bella Estate dei Saperi Semplici e del Cit, i ragazzi di una squadra di calcio cinese in stage al Torino FC: un bel pomeriggio di tutti i colori intorno a un pallone e alla musica. Nel sole e nel vento. Bella

ho incontrato Nariko | Alice Di Leva

Il momento dell’inserimento, in asilo nido, è un momento denso di attese, ritorni, speranza e fiducia.

E in fondo, anche se è difficile dirselo, anche di paura.

È la paura dei piccoli, che per la prima volta lasciano che la mamma varchi una soglia e si allontani, lasciandoli in un posto che li accoglie ma che per la prima volta non ha il suo odore.

È la paura delle madri, che in un tempo che pare infinito sperimentano che lasciarsi è possibile, per mancarsi e ritrovarsi e dirselo: “Mi sei mancato”.

Ed è una prova per le educatrici, una prova che hanno già affrontato mille volte ma che ogni volta insegna.

Diventare adulti, decidere che il proprio mestiere è quello di prendersi cura, non ci rende immuni al pensiero di non poter bastare, a volte, di non essere abbastanza. Di non essere abbastanza per delle mani che cercano un altro viso, un altro corpo e un altro odore, a cui ripetere a bassa voce di non aver paura e, semplicemente, esserci.

Esserci e lasciare che questo non basti. Questo credo sia stato il compito più difficile dei miei primi anni di lavoro. Stare, prima delle competenze dei modelli e delle teorie che sostengono la tua professione. L’ho capito, per la prima volta davvero, quando all’asilo è arrivata Nariko.

Nariko è giapponese, i suoi genitori sono arrivati da poco in Italia, la mamma è una ragazza più piccola di me di 5 anni, parla molto poco l’italiano, e io non parlo per nulla la sua lingua, e questo crea un’inevitabile distanza di cui entrambe siamo evidentemente e sinceramente dispiaciute. La mamma di Nariko mi spiega di essere molto stanca, e che la bambina non è mai stata con altre persone, non si sono mai separate. Un mediatore linguistico avrebbe reso quello scambio zoppicante di informazioni un racconto fluido e pieno di vita. Ma il mediatore non c’è, non è previsto, e io cerco di dire con i gesti e con gli occhi tutto quello che vorrei poter dire in una lingua che non conosco.

Nariko, i primi giorni, piange molto, moltissimo. Ci sono con il corpo, con i gesti, con la voce, ma non con le parole, perché Nariko non le comprende. Cerco di imparare qualche parola in giapponese, ma la mia pronuncia non è convincente, non riesco a raccontare a Nariko che la mamma tornerà, molto presto, che ci sono io lì con lei, e lei di quelle parole ha bisogno, e ne ha diritto.

Non so come accadde e non so perché non ci pensai prima, forse notai che le brevi pause che Nariko si concedeva nei suoi lunghi pianti erano quelli riempiti da suoni melodici: il canto di un uccello, la musica di un giocattolo… Allora da quel giorno, quando Nariko iniziava a piangere, io iniziavo a cantare. Erano suoni dolci, bassi e prevedibili. Erano melodie semplici. Era il nostro esperanto. Era il mio modo di esserci oltre le parole e Nariko smise di piangere e cominciò a riprodurre quei suoni, e a riderne.

Le parole sono arrivate con il tempo, ma noi ormai, ci eravamo già incontrate.

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

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