ho incontrato Nariko | Alice Di Leva

Il momento dell’inserimento, in asilo nido, è un momento denso di attese, ritorni, speranza e fiducia.

E in fondo, anche se è difficile dirselo, anche di paura.

È la paura dei piccoli, che per la prima volta lasciano che la mamma varchi una soglia e si allontani, lasciandoli in un posto che li accoglie ma che per la prima volta non ha il suo odore.

È la paura delle madri, che in un tempo che pare infinito sperimentano che lasciarsi è possibile, per mancarsi e ritrovarsi e dirselo: “Mi sei mancato”.

Ed è una prova per le educatrici, una prova che hanno già affrontato mille volte ma che ogni volta insegna.

Diventare adulti, decidere che il proprio mestiere è quello di prendersi cura, non ci rende immuni al pensiero di non poter bastare, a volte, di non essere abbastanza. Di non essere abbastanza per delle mani che cercano un altro viso, un altro corpo e un altro odore, a cui ripetere a bassa voce di non aver paura e, semplicemente, esserci.

Esserci e lasciare che questo non basti. Questo credo sia stato il compito più difficile dei miei primi anni di lavoro. Stare, prima delle competenze dei modelli e delle teorie che sostengono la tua professione. L’ho capito, per la prima volta davvero, quando all’asilo è arrivata Nariko.

Nariko è giapponese, i suoi genitori sono arrivati da poco in Italia, la mamma è una ragazza più piccola di me di 5 anni, parla molto poco l’italiano, e io non parlo per nulla la sua lingua, e questo crea un’inevitabile distanza di cui entrambe siamo evidentemente e sinceramente dispiaciute. La mamma di Nariko mi spiega di essere molto stanca, e che la bambina non è mai stata con altre persone, non si sono mai separate. Un mediatore linguistico avrebbe reso quello scambio zoppicante di informazioni un racconto fluido e pieno di vita. Ma il mediatore non c’è, non è previsto, e io cerco di dire con i gesti e con gli occhi tutto quello che vorrei poter dire in una lingua che non conosco.

Nariko, i primi giorni, piange molto, moltissimo. Ci sono con il corpo, con i gesti, con la voce, ma non con le parole, perché Nariko non le comprende. Cerco di imparare qualche parola in giapponese, ma la mia pronuncia non è convincente, non riesco a raccontare a Nariko che la mamma tornerà, molto presto, che ci sono io lì con lei, e lei di quelle parole ha bisogno, e ne ha diritto.

Non so come accadde e non so perché non ci pensai prima, forse notai che le brevi pause che Nariko si concedeva nei suoi lunghi pianti erano quelli riempiti da suoni melodici: il canto di un uccello, la musica di un giocattolo… Allora da quel giorno, quando Nariko iniziava a piangere, io iniziavo a cantare. Erano suoni dolci, bassi e prevedibili. Erano melodie semplici. Era il nostro esperanto. Era il mio modo di esserci oltre le parole e Nariko smise di piangere e cominciò a riprodurre quei suoni, e a riderne.

Le parole sono arrivate con il tempo, ma noi ormai, ci eravamo già incontrate.

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

images.jpg

nuova settimana nuova energia

Questo slideshow richiede JavaScript.

sorella acqua: un laboratorio di consapevolezza | Collegno 2016

Il dialogo filosofico ha contribuito a formare e ad acuire la consapevolezza sul valore che l’acqua ricopre nella vita del pianeta. Ciò è stato possibile grazie alla struttura stessa del dialogo: i bambini seduti in cerchio hanno potuto esprimere, ognuno liberamente, considerazioni, dubbi, curiosità arricchendo così la riflessione comune; quest’ultima è stata guidata dal filosofo che li ha aiutati a problematizzare e approfondire ulteriormente la tematica.

La teoria degli elementi è stata presentata a diversi livelli di profondità e completezza. In alcuni casi si è partiti dalla concezione energetica dell’universo, e attraverso la differenziazione tra Yin e Yang si è giunti a parlare di elementi e meridiani (canali percorsi dall’energia nell’attraversare il corpo dei viventi, che si esprimono nelle rispettive funzioni vitali). In altri casi si è preferito parlare solo di elementi, e della loro manifestazione nella vita quotidiana.

Una volta il Buddha stava andando da una città all’altra con alcuni dei suoi monaci. Questo episodio accadde nei primi giorni; mentre erano in viaggio raggiunsero un lago, si fermarono lì e Buddha disse ad uno dei suoi discepoli: «Sono assetato, prendimi per favore un po’ di acqua da quel lago». Il discepolo si diresse lì.

Quando arrivò si accorse che giusto in quel momento un carro trainato da un bue stava attraversando il lago con il risultato che l’acqua si fece molto fangosa e torbida. Il discepolo pensò: «Come posso dare da bere al Buddha quest’acqua torbida?» Così tornò indietro e disse al Buddha: «L’acqua lì è molto fangosa, non penso sia il caso di berla».

Dopo circa mezz’ora Buddha chiese ancora allo stesso discepolo di tornare indietro al lago per prendergli dell’acqua da bere. Il discepolo ubbidiente si diresse lì e anche questa volta trovò l’acqua fangosa; ritornò e informò il Buddha. Dopo un po’ il Buddha chiese nuovamente al discepolo di tornare al lago; il discepolo trovò il lago pulito e l’acqua assolutamente pura. Il fango era sceso verso il fondo e l’acqua in superficie sembrava perfetta per essere presa.

Così raccolse dell’acqua in un recipiente e la portò al Buddha che la guardò e poi, rivolgendosi al discepolo disse: «Guarda cosa ha reso l’acqua pulita, Hai lasciato fare…e il fango si è depositato da solo…e tu hai potuto prendere l’acqua pulita.  Anche la tua mente è così! Quando è disturbata lasciala stare, dagli un po’ di tempo e si calmerà da sola. Non devi sforzarti per calmarla, accadrà, senza sforzo».

con Daniele Martino, Elisabetta Battaglia, Matteo Di Stadio

Questo slideshow richiede JavaScript.