i genitori isolati dai figli

Mi capita sempre più spesso di chiedermi se avrebbe senso una scuola per genitori. I genitori che incontro, nel mio lavoro di neuropsichiatra infantile, sono sempre più spesso smarriti, in grande difficoltà nel cercare di tenere a bada figli che sembra non abbiano alcun senso del limite e, quindi, alcun rispetto delle regole, anche delle regole più elementari. I genitori che incontro si chiedono spesso dove hanno sbagliato, e mi chiedono cosa dovrebbero fare.

Probabilmente, mentre stiamo parlando di loro, quegli stessi ragazzini, che magari sono a scuola, stanno facendo in modo che gli insegnanti con cui hanno a che fare si pentano del lavoro che hanno scelto, così come, spesso, fanno in modo che i genitori stessi facciano naufragio in un mare di angoscianti dubbi.

Credo che stiamo assistendo alle conseguenze di alcuni drammatici cambiamenti del nostro sistema culturale, dettati da vari fattori. In qualche misura, si tratta di trasformazioni inevitabili che fanno parte della naturale evoluzione e del continuo movimento che hanno portato, nel nostro ricco e privilegiato mondo occidentale, ad un sistema sociale che qualcuno (Zygmunt Bauman) ha definito, con una bella e inquietante immagine, «liquido».

Lo smarrimento di cui ho accennato sopra rimanda, oltre che al sentimento che l’individuo vive, anche a qualcosa che è andato perduto: naturalmente si tratta di un tema con il quale illustri pensatori, sociologi, psicologi, psicoanalisti, si sono a lungo cimentati giungendo, a mio parere, ad una conclusione comune, anche se spesso espressa in termini differenti. In sostanza sono andati perduti quelli che René Kaës ha chiamato i «garanti meta culturali», vale a dire quell’insieme di regole certe, spesso implicite, che tengono unite le formazioni sociali necessarie per favorire il sostegno e la strutturazione psichica dell’individuo. Mancando i garanti meta culturali, quindi, si viene a determinare, detto in modo estremamente semplificato, il clima di incertezza, vulnerabilità, perdita del senso del limite nonché la percezione della assenza di una cornice strutturante che, attualmente, stiamo vivendo sotto forma di profonda confusione e malessere sociale. È difficile risalire alle cause della trasformazione di cui stiamo parlando, ma, credo, si possa osservare un fenomeno che, già Christopher Lasch quasi quarant’anni fa, aveva chiamato «la cultura del narcisismo», oggi sostenuta da uno sviluppo tecnologico, nelle mani del potere economico, in grado di manipolare (o annullare) le coscienze.

Ma allora, a che servirebbe una scuola per genitori smarriti se la situazione nella quale stiamo vivendo è tanto compromessa e, apparentemente, senza ritorno?Certamente a poco, certamente non a contrapporsi a una corrente inarrestabile che, per ora, segue una direzione tristemente netta e precisa ma, almeno, potrebbe sostenere le ragioni e il valore del confronto tra persone che possano condividere lo stesso smarrimento, le stesse preoccupazioni e un analogo senso di solitudine e, di conseguenza, il naturale bisogno di rompere l’isolamento a cui sembriamo destinati e che non può che sollecitare sentimenti di impotenza e di rabbia.

E, per ultimo, un consiglio spicciolo: è molto meglio un bambino annoiato che guarda il soffitto senza sapere che fare, ma che resta in grado di accogliere e affrontare la realtà che lo circonda senza fuggirne, piuttosto che un bambino che si illude di riempire i propri vuoti esistenziali inebetito di fronte ad un video e che, quindi, quella stessa realtà che lo circonda non imparerà mai a vivere.

Giorgio Astengo © la scuola dei saperi semplici 2017

 

 

 

 

 

 

 

«accarezzare le madri»

Se una comunità tiene ai propri figli, deve accarezzare le sue madri.

John Bowlby

 

Grazie agli studi di Lorenz (1935) sul seguire manifestato dagli anatroccoli e scollegato dalle funzioni nutrizionali, Bowlby cercò di strutturare una nuova metapsicologia della psicoanalisi basata sull’attaccamento, la quale scollegava il concetto di attaccamento da quelli di cibo e di sessualità, secondo cui il comportamento di attaccamento si manifesta in una persona quando essa consegue o mantiene una prossimità con un’altra persona considerata in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. La funzione biologico-psicologica sarebbe quindi quella di fornire protezione e tale comportamento, più evidente sicuramente nell’infanzia, si manifesterebbe in tutto l’arco della vita del soggetto.

La teoria dell’attaccamento ha così permesso di identificare la presenza di una struttura psicologica interna che comprende schemi di rappresentazione del sé e della figura di attaccamento e che può spiegare sia il comportamento di attaccamento generale che l’attaccamento duraturo con figure specifiche.

Alla luce di queste considerazioni poi si possono quindi spiegare anche diversi Fenomeni Clinici:

1. Angoscia di Separazione: viene vista come suscitata da un aumento del rischio per il soggetto, dovuto al fatto di aver paura di perdere un soggetto che gli fornisce protezione;

2. Lutto: vari studi attuati sui bambini dimostrarono come vi siano alcune componenti del lutto, inteso come la reazione alla perdita di un soggetto, da considerare normali in quanto presenti anche in soggetti adulti sani (collera, negazione della perdita e ricerca del soggetto perduto). Definire quali siano i meccanismi del lutto normale ha permesso quindi di definire gli elementi patologici di queste situazioni;

3. Processi Difensivi: è fondamentale quella che Bowlby definisce Esclusione Difensiva, la quale permette di interrompere per un certo periodo i processi di attaccamento e gli elementi emotivi coinvolti.

I dati provenienti dalle numerose ricerche indicano quindi che le gli Effetti delle Esperienze Infantili Negative sono principalmente di due tipi:

– rendono il soggetto più vulnerabile a esperienze avverse successive;

– aumentano la possibilità che si vada incontro a ulteriori esperienze del genere.

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e tu come educhi? | Maria Chiara Grigiante

Un tempo sono stata bambina. A quell’epoca, talvolta, pensavo: “Questo me lo devo ricordare, devo ricordarlo bene. Quando sarò una mamma io non lo farò. Perché ai bambini non piace!”.

Rievoco con presente stupore quelle parole, ma che cosa non mi piacesse ora non lo so più.

Ricordo solo mia madre.

Sembra evidente che anch’io, come ogni madre, desiderassi offrire il meglio ai miei figli, così ho intrapreso l’avventura educativa, senza aver chiaro che cosa fosse “il meglio”.

 

Alla ricerca del meglio

In questi caldi pomeriggi d’estate chiacchierando sotto l’ombrellone Marina, mamma della piccola Giulia, sottovoce mi ha confidato: «Qualche volta ho incominciato a leggere libri che spiegano come educare i bambini, ma dopo poche pagine li abbandono, perché i dubbi mi assalgono e non so più che fare. Insomma, mi fanno sentire una cattiva madre».

Il dubbio. Si dice che con il dubbio non si vada da nessuna parte. Forse è vero, altresì è anche vero il contrario. Dubitare può aiutarci a crescere. In educazione la certezza non esiste, ma in tutti i casi dobbiamo agire e un agito sorretto dalla riflessione sarà indubbiamente benefico.

Se dubitiamo sulle capacità delle nostre azioni educative, significa che stiamo riflettendo, che ci siamo presi del tempo per fermare il pensiero sul nostro agire pedagogico.

Mia madre non era una cattiva madre, forse non dubitava mai.

Ho la certezza che non conoscesse la pedagogia, la scoprimmo insieme, durante i primi anni della scuola superiore verso la quale mi aveva indirizzata.

Giovanni Segantini, Le cattive madri (1894)
Giovanni Segantini, L’angelo della vita (1895)

 

Pedagogia: questa sconosciuta e inesplorata arte

La Pedagogia potrebbe essere definita come «L’arte di educare» (traduzione italiana di Über Pädagogik) di cui già scriveva Kant nel 1803. Da allora ad oggi molto si è detto e sperimentato, divulgando un sapere culturale che sovente è rimasto nelle mani degli esperti del settore.

All’opposto l’uso della parola pedagogia, non riecheggia nel linguaggio corrente delle madri e dei padri. Alcuni probabilmente non ne conoscono neppure il significato.

Arrivati a questo punto è ragionevole pensare che l’atto educativo sia un’arte esercitata da madri e padri a loro insaputa. Comunque l’inconsapevolezza non giustifica il fatto che l’azione educativa riguardi i genitori in prima persona.

L’arte di educare, come ogni altra arte, per essere trasformata in pratica richiede creatività, maestria e semplici raffinati strumenti.

A tal proposito condivido una delle finalità che Riziero Zucchi e i suoi collaboratori propongono nella “Pedagogia dei genitori”, metodologia volta a “valorizzare le competenze e le conoscenze educativa dei genitori”, allo stesso tempo penso che i padri e le madri, creatrici di autentiche opere d’arte vivente, abbiano necessità di possedere quei “semplici e raffinati strumenti” con cui cesellare una persona felice.

Maria Chiara Grigiante © la scuola dei saperi semplici 2017

 

Costruiamo insieme una “pedagogia con e per i genitori”: chi sa fare bene una cosa ce la racconti. Inviaci le tue buone pratiche educative sperimentate, o i tuoi dubbi completando il form CONTATTACI che trovi nella barra del menu, specificando se desideri mantenere l’anonimato in caso di pubblicazione.

accogliere è un invito | Daniele Martino

Niki è arrivato ieri con un volo da Mosca. La mamma è restata là. Il padre non lo ha mai conosciuto. Un’amica della mamma lo sta ospitando per dargli un po’ di vacanza. Arriva la mattina al semplici camp, la nostra estate-ragazzi al Cit Turin, è affettivamente sconvolto, si rannicchia in un angolo e piange, non vuol restare alla nostra estate-ragazzi, piange, scappa sulla strada, lo inseguo spaventato (io), lo prego di rientrare con me. Non conosce una parola di italiano, ma sa il francese. Così riesco a parlargli. Gli piace il calcio. Tifa Spartak Mosca. Resta con noi: il pallone gli fa dimenticare tutto.

In piscina con gli altri educatori e gli stagisti liceali cominciamo a usare Google Transfer, e comunichiamo con lui in russo: sorride per la prima volta.

A pranzo gli spiego che la nostra lettura prima di cominciare è un ringraziamento, perché noi possiamo nutrirci, mentre tanti sulla Terra in questo momento non hanno di che mangiare. Annuisce. Sì, gli piace la cucina italiana, mangia la pasta al pomodoro e il pane. Anche l’acqua frizzante fresca.

Nello spazio studio, dopo, lo invitiamo a trascrivere i nomi di noi educatori e dei suoi compagni. Guarda un po’ con noi un film perché c’è temporale: è Le petit Nicolas di Goscinny.

Poi fa un pisolino, è stanco per il viaggio e le emozioni.

A fine giornata è sudato e contento: la doccia la vuole fare a casa. Dice che domattina ritornerà.

Oggi è tornato, ha fatto yoga con noi, ha giocato a calcio e – per la prima volta in vita sua –  a calcio-balilla.

Comincia a scherzare con qualche compagno. Sorride.

Ogni tanto mi volto verso di lui e lo rivedo seduto solo, con la fronte crollata su un braccio. La malinconia lo prende e gli toglie le forze.

Ricomincia a giocare da solo, stanga il pallone a muro e un rimpallo gli piega un dito. Così adesso ha male anche lì, lo ghiaccio, lo fascio rigido, ma non basta, si va al Pronto Soccorso.

Sono io che ho voluto accettare la sua iscrizione, prendere i documenti russi, non sapendo nulla di lui. Ero convinto che sarebbe stato meglio con noi che solo chiuso in casa con una anziana, in una città straniera per lui; il giorno dopo è venuto con il dito steccato, e la sua disposizione a stare male così l’ha avuta quasi vinta: poi il giorno si è srotolato, prima con lenti, danzanti movimenti qigong che poteva fare, e con il calcio, e con il pasto, dove si è seduto lontano senza volerne sapere di venirci accanto. Gli ho portato il cibo, come si fa con un animaletto selvaggio che non si fida di te ma ha fame e accetta ciò che gli offri.

Il giorno dopo da Mosca è arrivata sua madre, e non è venuto più, non ho potuto salutarlo e abbracciarlo come quando lo chiedeva come lo chiede un bambino riottoso, sedendosi di spalle davanti a te e lasciandosi lentamente andare di schiena sul tuo petto.

I miei colleghi educatori più affettivi mi hanno parlato spesso di questo senso di rammarico ai congedi da un bambino che soffre: ho fatto tutto quello che avrei potuto, con lui? ho cercato gli approcci giusti? Il tempo non è bastato, il germoglio della relazione non ha avuto tempo di spuntare… ma io resto ottimista, credo che il seme che un educatore lancia tocchi sempre terra dalle parti di un bambino. Non vedremo il frutto, ma verrà.

Daniele Martino © la scuola dei saperi semplici 2017

Niki traduce

«cercando nel silenzio la quiete»

Ma per potere incontrare la bellezza bisogna compiere a volte lunghe manovre di avvicinamento. Bisogna fare un po’ di vuoto intorno, cercando nel silenzio la quiete e la concentrazione capaci di aprirci all’ascolto. Soprattutto dobbiamo trovare e regalarci tutto il tempo necessario per non fare le cose in fretta e con superficialità. La scuola, per me, non deve imitare ciò che accade nella società, ma operare per contrasto, in modo critico e concreto. Se tutti corrono, ci vuole un luogo dove poter andare lenti. Se andiamo lenti aumentano le possibilità che arrivino tutti e forse si apre l’opportunità di incontrare davvero profondamente qualcosa. Perché per arrivare a osservare i movimenti di una nuvola, ascoltare un racconto, trovare con un gesto il tratto e il colore per una pittura o scrivere parole sincere ed autentiche, ci vuole tempo, tanto tempo.

Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande