«il tempo vuoto dei bambini»

Noi viviamo in un periodo di induzione cognitiva impressionante, siamo vittime di un numero infinito di informazioni, messaggi e conoscenze superficiali. Una tale sovrabbondanza genera, come sta avvenendo nei bambini di oggi, una “sregolatezza” cognitiva ed affettiva, una instabilità motoria e corporea, una fragilità emotiva ed affettiva. L’abitudine odierna dei bambini ad entrare in confidenza con tecnologie digitali si riferisce ad esperienze decorporizzate: non ci si misura più con i propri limiti corporei poiché la relazione passa solo attraverso il senso della vista. Il limite relazionale fisico è un fondamentale strumento di crescita e il principale meccanismo che rimanda al bambino il proprio senso del sé. I giochi elettronici per i piccoli gli accelerano i ritmi cardiaci, lo eccitano e lo sollecitano a nuove stimolazioni: è un circuito perverso, che offre la risposta sbagliata ad un bisogno profondo. È un circuito drogato che sviluppa una infinita necessità di accelerazione, un circuito che ruota su se stesso e che non soddisfa il bisogno, tanto è vero che si rimane sempre con il bisogno di continuare. La scuola deve decelerare e selezionare. Con un cammino “controvento” reggendosi in equilibrio di fronte alla forza del vento e tentando di procedere, anche con qualche difficoltà. Ad una cultura si risponde con un’altra cultura: a fianco della cultura della fretta e del consumo si può creare una cultura del gruppo, della scuola e della comunità.

Bisogna imparare ad apprezzare le tante “non attività” che compongono una giornata a scuola: le routine, il gioco nell’interno e nel giardino, la vita quotidiana di una piccola comunità che convive e cresce insieme. Il tempo vuoto dei bambini è stato riempito ma più viene imbottito di appuntamenti e più si rischia di viverlo in modo superficiale senza goderne in profondità: senza soffermarsi, ricordare, aspettare, rielaborare e respirare. È oltremodo inutile voler anticipare, con ansia di prestazione, le stagioni di crescita del bambino, anzi è controproducente. La crescita di un bambino rimane, in fondo, misteriosa nonostante programmi, proposte e verifiche: ognuno ha la sua personalità, la sua storia e i suoi tempi. La crescita individuale va seguita con rispetto e fiducia.

Angela Maria Borello, A scuola con il corpo alla scuola dell’infanzia Saint Denis di Torino

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«Diamo la parola ai bambini»

Montaigne 400 anni fa diceva già che essere interrogati è come vomitare fuori qualcosa che non resta.
Un loro spettacolo, una mostra, il loro spiegare ad altri li compensa della fatica d’avere imparato.
La tecnologia disabitua alla fatica, ma non c’è conoscenza senza fatica!
Diamo la parola ai bambini, lasciamo che scoprano qualcosa: la conoscenza sarà una loro fatica.
Noi dobbiamo costruire pezzo a pezzo una nostra cultura, non trasmettere cultura! Interrogare le cose.
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Arrivati alle medie molti ragazzi si chiedono: ‘Cosa c’entro io con le cose che mi fanno studiare?
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Dobbiamo smetterla di dare risposte su risposte: dobbiamo fare domande per capire il mondo.
I bambini sono contenti quando vedono il maestro studiare con loro qualcosa che non sa ancora.
Lentezza, fare poco, ascoltarli: educarli ad accettare la vulnerabilità, da cui viene la creatività.
Un mondo in cui vai avanti solo se dici esattamente quello che vuole l’insegnante è mortificante.
Un insegnante non può lagnarsi dei suoi studenti! Deve rispettarli e ascoltarli! Dialogare!
La cosa che fa piú male agli adolescenti è l’inautenticità di chi non li ascolta.
Il mio non è un metodo: sono un artigiano, documento quello che faccio, copiatemi pure, io copio.
L’unica diversità irriducibile è quella maschi/femmine, ma il desiderio può avvicinare il diverso.
I bambini soffrono tantissimo, anche: dobbiamo accettare la sofferenza, lavorarci su, con loro.
I genitori sono pieni d’ansia su incolumità e pericoli, impanicano insegnanti e presidi, non si sperimenta piú.

Franco Lorenzoni al Festival dell’Educazione (Circolo dei Lettori, 13 novembre 2015)

«perché un ragazzo di quindici anni non sa più disegnare?»

Le età perdute del nostro disegnare

Giorni fa, sono venuti a trovarmi due bambini, di quattro e sei anni. Appena arrivati hanno chiesto dei fogli e dei pennarelli, e si son messi sul pavimento a disegnare, insieme, per ore. Li ho visti felici. Disegnavano treni, navi, regine, nuvole, cavalli. E poi correvano da noi adulti a mostrarci e regalarci, fieri, i loro disegni. I bambini disegnano. Amano disegnare, e per anni lo fanno. Ovunque si trovino, chiedono un foglio e dei colori si mettono buoni a fare i loro disegni, belli o brutti che siano.
Poi crescono e smettono.
Quale meccanismo s’inceppa? C’è un responsabile, un colpevole? E chi è? Siamo noi adulti? È la scuola? È mai possibile che proprio l’andare a scuola inibisca il flusso così spontaneo di disegni? Perché un ragazzo di quindici anni non sa più disegnare, e magari da bambino lo sapeva fare così bene? Dove si è perso?
Forse un certo punto non glielo chiediamo più. Per esempio al liceo non si fa disegno: e non viene in mente a nessun insegnante, di italiano o di matematica o di filosofia, di chieder loro di esprimere un concetto, invece che scrivendo o parlando, disegnando. Eppure sarebbe uno strumento espressivo così potente, così immediato, liberatorio e originale.
Forse a un certo punto riteniamo che disegnare sia una cosa da bambini, un infantilismo, e che i nostri figli e allievi debbano entrare nel mondo adulto. Ma di cosa è fatto il mondo adulto, se si nega la felicità e la libertà di tradurre in disegno le idee che ci vengono sul mondo? Di colpo rimaniamo tutti privi di segni, privi della capacità di tracciare segni su un foglio che ricreino la realtà.
Qualcuno continua, sì, ma pochi. E pochi diventano pittori, poeti. Forse i pittori e i poeti sono i bambini che non crescono. In loro permane un’infanzia intatta.
Mi dispiace per gli altri. Vorrei che tutti continuassimo per tutta la vita a coltivare questo nostro dono innato, e libero. Non riesco a non pensare che saremmo migliori. O meglio, la nostra vita sarebbe migliore.

Paola Mastrocola, “Il tempo è imprevedibile”, in “Il Sole 24 Ore” del 25 ottobre 2015

 

«il silenzio semplicemente esiste»

Il silenzio non è proprietà di nessuno, né di una tradizione, né di una religione, ma è naturale espressione del Cosmo: il silenzio è una espressione universale, trasversale, dovunque presente in Natura; lo conoscono i minerali, i vegetali, gli animali, gli esseri umani in tutte le sue diverse culture.

Sedendoci immobili in una corretta postura del corpo (postura che ci permette di restare fermi perché ci sia tempo per l’esperienza di questo contatto più profondo) il nostro respiro si acquieta; acquietandosi il respiro, la mente si acquieta; nella quiete di corpo-mente-respiro ecco che, in modo naturale e spontaneo, sorge l’attenzione serena che osserva e partecipa aperta alla non-separazione dai fenomeni di cui siamo parte integrante.
Questa apertura è compiuta con tutta la complessità globale di ciò che siamo, in modo unitario, con tutto l’essere e non più “solo la mente” o “solo il pensiero” o “solo l’intelletto” o “solo la ragione”…
Questa esperienza di silenzio ci fa esperimentare la naturale realtà del corpo non separato da tutte le sue molteplici funzioni (fisiche e mentali, psicologiche, emotive, sensoriali, ecc.) e, soprattutto,  permette di incontrare l’ego non più in una posizione così prevaricatrice, “egocentrica”, perché ci si apre al vasto spazio dove, flessibili, si fluisce insieme ai fenomeni, insieme alla vita che si manifesta al di là delle categorie, al di là di dentro/fuori/, ma che pulsa attraverso di noi fresca e nuova in ogni istante, in continua mobilità e cambiamento.
Il silenzio della parola, il silenzio dei gesti o del corpo, l’acquietarsi del continuo chiacchiericcio mentale, la pacificazione del respiro, la serena lucidità dell’attenzione che così manifesta l’autentica concentrazione – che è priva di tensione -, ci fanno allora comprendere che non siamo noi a “fare silenzio”, ma che esso è sempre presente ed appare chiaro quando si “smette di fare”, quando pacifichiamo il compulsivo bisogno volontaristico che ci trascina.
La priorità è portare fino all’ambiente scolastico l’occasione per scoprire che non siamo noi a “fare” silenzio, ma che il silenzio semplicemente esiste e si manifesta proprio quando smettiamo di “fare”, perché è spazio vasto e libero che possiamo lasciare manifestarsi in noi e attraverso di noi.

La risposta positiva che ne deriva è impressionante e gli effetti benefici sono immediati. Già il fatto in sé di riuscire a tranquillizzarsi è il primo grande risultato: dalla loro tranquillità i bambini sentono che nasce una migliore qualità di attenzione (che nei bambini è sempre molto dispersiva) e di apertura verso gli altri.

Dinajara Doju Freire, Spazio al silenzio. Esperienza di zazen nelle scuole elementari

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«perché i bambini pensano grande»

Se dobbiamo costruire nuove scuole, meglio farle in periferia, e lo stesso vale per gli ospedali o gli auditorium. Questa è la scommessa dei prossimi decenni: trasformare le periferie in pezzi di città felice. Come fare? Disseminandole di luoghi per la gente, punti d’incontro e aggregazione, dove si celebra il rito dell’urbanità. Fecondando con funzioni pubbliche quello che oggi è un deserto affettivo. La città che funziona è quella in cui si dorme, si lavora, ci si diverte e soprattutto si va a scuola. Dico soprattutto perché mentre si può decidere di non visitare un museo, sui banchi di scuola ci devono passare tutti. Occuparsi di edifici scolastici è un rammendo che, ancora prima che edilizio, è sociale. Qui infatti si condividono i valori. Poco più che un anno fa sul “Sole 24 Ore” della domenica Franco Lorenzoni, un maestro che incarna l’innovazione della pedagogia, ha lanciato la sfida nell’articolo «Cari architetti, rifateci le scuole!». L’ho chiamato, siamo diventati amici e abbiamo lavorato, assieme a Paolo Crepet, a un nuovo modello di scuola su tre livelli.

Se il piano terra è il luogo dello scambio con gli altri, il tetto è dove il bambino coltiva il suo immaginario personale. Sul tetto si scopre la luce, c’è l’orto dove crescere le verdure, ci sono gli animali come le galline o la capra. Questo tetto restituisce emotività a un luogo dove stanno i bambini ai quali, come dice Paolo Crepet, oggi manca soprattutto l’affettività.

Immaginiamo il tetto come un grande workshop a cielo aperto, con pergole che ombreggiano laboratori di botanica, di scienze o di astronomia elementare. Qui ci sarà la macchina eliotermica che cattura l’energia solare. Questa terrazza sarà anche un osservatorio meteorologico: si possono studiare le stagioni, annotare i millimetri di pioggia caduta, la temperatura. Con un telescopio i bambini scopriranno i pianeti, la Luna e le galassie. Da qui il loro sguardo può spaziare verso l’infinito, perché i bambini pensano grande.

Renzo Piano, “Ecco la scuola che farei”, “il Sole 24 Ore” domenica 11 ottobre 2015

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