«cercando nel silenzio la quiete»

Ma per potere incontrare la bellezza bisogna compiere a volte lunghe manovre di avvicinamento. Bisogna fare un po’ di vuoto intorno, cercando nel silenzio la quiete e la concentrazione capaci di aprirci all’ascolto. Soprattutto dobbiamo trovare e regalarci tutto il tempo necessario per non fare le cose in fretta e con superficialità. La scuola, per me, non deve imitare ciò che accade nella società, ma operare per contrasto, in modo critico e concreto. Se tutti corrono, ci vuole un luogo dove poter andare lenti. Se andiamo lenti aumentano le possibilità che arrivino tutti e forse si apre l’opportunità di incontrare davvero profondamente qualcosa. Perché per arrivare a osservare i movimenti di una nuvola, ascoltare un racconto, trovare con un gesto il tratto e il colore per una pittura o scrivere parole sincere ed autentiche, ci vuole tempo, tanto tempo.

Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande

 

«Diamo la parola ai bambini»

Montaigne 400 anni fa diceva già che essere interrogati è come vomitare fuori qualcosa che non resta.
Un loro spettacolo, una mostra, il loro spiegare ad altri li compensa della fatica d’avere imparato.
La tecnologia disabitua alla fatica, ma non c’è conoscenza senza fatica!
Diamo la parola ai bambini, lasciamo che scoprano qualcosa: la conoscenza sarà una loro fatica.
Noi dobbiamo costruire pezzo a pezzo una nostra cultura, non trasmettere cultura! Interrogare le cose.
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Arrivati alle medie molti ragazzi si chiedono: ‘Cosa c’entro io con le cose che mi fanno studiare?
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Dobbiamo smetterla di dare risposte su risposte: dobbiamo fare domande per capire il mondo.
I bambini sono contenti quando vedono il maestro studiare con loro qualcosa che non sa ancora.
Lentezza, fare poco, ascoltarli: educarli ad accettare la vulnerabilità, da cui viene la creatività.
Un mondo in cui vai avanti solo se dici esattamente quello che vuole l’insegnante è mortificante.
Un insegnante non può lagnarsi dei suoi studenti! Deve rispettarli e ascoltarli! Dialogare!
La cosa che fa piú male agli adolescenti è l’inautenticità di chi non li ascolta.
Il mio non è un metodo: sono un artigiano, documento quello che faccio, copiatemi pure, io copio.
L’unica diversità irriducibile è quella maschi/femmine, ma il desiderio può avvicinare il diverso.
I bambini soffrono tantissimo, anche: dobbiamo accettare la sofferenza, lavorarci su, con loro.
I genitori sono pieni d’ansia su incolumità e pericoli, impanicano insegnanti e presidi, non si sperimenta piú.

Franco Lorenzoni al Festival dell’Educazione (Circolo dei Lettori, 13 novembre 2015)

«perché i bambini pensano grande»

Se dobbiamo costruire nuove scuole, meglio farle in periferia, e lo stesso vale per gli ospedali o gli auditorium. Questa è la scommessa dei prossimi decenni: trasformare le periferie in pezzi di città felice. Come fare? Disseminandole di luoghi per la gente, punti d’incontro e aggregazione, dove si celebra il rito dell’urbanità. Fecondando con funzioni pubbliche quello che oggi è un deserto affettivo. La città che funziona è quella in cui si dorme, si lavora, ci si diverte e soprattutto si va a scuola. Dico soprattutto perché mentre si può decidere di non visitare un museo, sui banchi di scuola ci devono passare tutti. Occuparsi di edifici scolastici è un rammendo che, ancora prima che edilizio, è sociale. Qui infatti si condividono i valori. Poco più che un anno fa sul “Sole 24 Ore” della domenica Franco Lorenzoni, un maestro che incarna l’innovazione della pedagogia, ha lanciato la sfida nell’articolo «Cari architetti, rifateci le scuole!». L’ho chiamato, siamo diventati amici e abbiamo lavorato, assieme a Paolo Crepet, a un nuovo modello di scuola su tre livelli.

Se il piano terra è il luogo dello scambio con gli altri, il tetto è dove il bambino coltiva il suo immaginario personale. Sul tetto si scopre la luce, c’è l’orto dove crescere le verdure, ci sono gli animali come le galline o la capra. Questo tetto restituisce emotività a un luogo dove stanno i bambini ai quali, come dice Paolo Crepet, oggi manca soprattutto l’affettività.

Immaginiamo il tetto come un grande workshop a cielo aperto, con pergole che ombreggiano laboratori di botanica, di scienze o di astronomia elementare. Qui ci sarà la macchina eliotermica che cattura l’energia solare. Questa terrazza sarà anche un osservatorio meteorologico: si possono studiare le stagioni, annotare i millimetri di pioggia caduta, la temperatura. Con un telescopio i bambini scopriranno i pianeti, la Luna e le galassie. Da qui il loro sguardo può spaziare verso l’infinito, perché i bambini pensano grande.

Renzo Piano, “Ecco la scuola che farei”, “il Sole 24 Ore” domenica 11 ottobre 2015

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/cultura/2015-10-11/ecco-scuola-che-farei-081632.shtml?uuid=AC4VuIEB&p=2