«il nostro laboratorio è il bambino»

Il nostro laboratorio è il bambino.
Io sono contadino e pastore. Quando mi scruto in profondità e gratto la crosta di cui la civiltà s’è sforzata di ricoprirmi, ritrovo sempre l’acqua che scorre nella gora del vecchio mulino, il fiume che s’allunga lentamente fra i salici, l’odore dei buoi condotti al lavoro e il belare nostalgico e sonoro delle pecore sulla montagna; e mi commuovono perché sono la trama iniziale di una vita che non ha mai più ritrovato la pura semplicità del villaggio della mia infanzia.
Il mio solo talento di pedagogista è forse l’aver serbato una così chiara impronta dei miei giovani anni che sento e comprendo, bambino, i bambini che io educo. I problemi che ad essi si pongono e che sono un così grave enigma per gli adulti, io li pongo ancora a me stesso con il chiaro ricordo dei miei otto anni e come l’adulto bambino io detesto, attraverso i sistemi e i metodi di cui ho tanto sofferto, gli errori di una scienza che ha dimenticato e misconosciuto le sue origini.
Perché i veri problemi dell’infanzia restano: l’erba che si agita, l’insetto che ronza, il serpente il cui sibilo vi gela il sangue, il tuono che vi spaventa, la campana che suona le ore mute della scuola, le carte mute e i cartelloni fantastici.

Célestin Freinet (1896-1966)

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«vivere è avere continuamente bisogno di comprendere e di essere compresi»

Vivere ci mette continuamente a confronto con l’altro, familiare, amico, sconosciuto, straniero. E in tutti i nostri incontri e le nostre relazioni abbiamo bisogno di comprendere l’altro e di essere compresi dall’altro. Vivere è avere continuamente bisogno di comprendere e di essere compresi. La nostra epoca di comunicazioni non è tuttavia un’epoca di comprensioni. Per tutta la nostra vita rischiamo l’incomprensione di sé da parte dell’altro e dell’altro da parte di sé. C’è incomprensione nelle famiglie tra figli e genitori, genitori e figli, incomprensione nelle fabbriche o negli uffici, incomprensione degli stranieri dei quali ignoriamo i costumi e le abitudini. La comprensione umana non è insegnata in alcun luogo. Il male delle incomprensioni rode le nostre vite, determina comportamenti aberranti, rotture, insulti, dispiaceri.

Così la nostra educazione ci insegna solo molto parzialmente e insufficientemente a vivere, e si allontana dalla vita poiché ignora i problemi permanenti del vivere.

Edgar Morin, Insegnare a vivere. Milano, Raffaello Cortina 2015

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«lasciandoli liberi di scegliere da soli»

Qual è la novità del Suo metodo?
«Classi piccole, niente test standardizzati, approccio “uno a uno” con i ragazzi. I bambini sono incoraggiati a scegliere in autonomia il libro che hanno più voglia di leggere e hanno il tempo e lo spazio per farlo, in un continuo dialogo con l’insegnante. Facciamo laboratori quotidiani di scrittura e sono i bambini a decidere che cosa scrivere: l’ultimo libro che hanno letto, le emozioni che ha prodotto in loro. La scoperta rivoluzionaria è stata vedere che lasciandoli liberi di scegliere da soli, dalla libreria che aggiorniamo continuamente, diventano lettori appassionati».

Per molti adolescenti leggere è noioso, difficile e non rende felici. Ha a che fare con il fatto che trovano più interessante la tv, i social, la rapidità del web? E in generale, cosa pensa delle tecnologie a scuola?
«I giovani che non sono abituati a leggere non provano un piacere immediato, devono entrare nella storia e comprenderne il linguaggio. Un videogioco e un libro non sono la stessa cosa. Se vogliamo far entrare la lettura nella loro vita dobbiamo fare in modo che la incrocino sempre, non solo un’ora a settimana. Io poi sono contraria alla lettura su schermi digitali. Anche i bambini abituati ai libri, non li amano. Ai genitori chiediamo di limitare a mezz’ora, massimo un’ora al giorno il tempo per videogiochi o social network. E comunque dopo la lettura, che deve essere quotidiana. A scuola usiamo le tecnologie solo per fare ricerche di storia o scienze, laptop per scrivere. Niente tablet ai più piccoli, mouse e tastiera solo dopo i nove anni».

Antonella De Gregorio,  Bambini, leggete quello che volete. «Così ho vinto il Nobel dei maestri». Metodo (classi piccole, approccio uno a uno) e progetti (comprare altri volumi, rifare il tetto) di Nancie Atwell, americana, 63 anni, miglior docente del mondo. Che insegna in un centro rurale di 1.200 abitanti, in “Corriere della Sera – la Lettura” del 27 novembre 2015

http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_novembre_19/bambini-leggete-quello-che-volete-cosi-ho-vinto-nobel-maestri-d6229f56-8e9b-11e5-aea5-af74b18a84ea.shtml

«wax on, wax off. Wax on, wax off»

MIYAGI: First, wash all car. Then wax. Wax on…
DANIEL: Hey, why do I have to…?
MIYAGI: Ah ah! Remember deal! No questions!
DANIEL: Yeah, but…
MIYAGI: Hai! [makes circular gestures with each hand] Wax on, right hand. Wax off, left hand. Wax on, wax off. Breathe in through nose, out the mouth. Wax on, wax off. Don’t forget to breathe, very important. [walks away, still making circular motions with hands] Wax on, wax off. Wax on, wax off.
John G. Avildsen, Karate Kid (1984), con Ralph Macchio e Pat Morita

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