meditazione in classe | Torino 2017

Ecco come gli studenti di una scuola elementare di Baltimora (Stati Uniti) imparano a gestire le situazioni di conflitto, anche violento, praticando la meditazione: tutte le mattine, prima di cominciare le lezioni, tutta la scuola, compresi i docenti, meditano 15 minuti; idem a fine lezioni. Il progetto della Holistic Life Foundation alla “R.W. Coleman Elementary School”.

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due minuti dal documentario di arte.tv: i benefici della meditazione in una scuola di Baltimora, Usa

 

Durante l’anno scolastico 2016/2017 ho praticato alcuni momenti di meditazione in classe con alcuni ragazzi della mia classe, la 1ª C della scuola secondaria di primo grado IC Manzoni di Torino.

«chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara»

Come dice un proverbio giapponese molto caro a Bruno Munari e Gianfranco Zavalloni: «Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara».

Il nostro approccio risulta maggiormente efficace dell’impostazione vigente nella scuola italiana.
Lo è come facilmente deducibile nel campo d’esperienza corpo e movimento perché lo spazio aperto rispetto a un’aula stimola di più lo sviluppo del corpo e dei suoi cinque sensi.
Lo è in quello della conoscenza del mondo perché pensiamo che sia meglio entrare in un pollaio o in un orto per conoscere la provenienza di un uovo e di un pomodoro piuttosto che sentirselo raccontare e perché per riconoscere il variare e le peculiarità delle stagioni sono più funzionali delle belle passeggiate rispetto ad un libro didattico dove colorare un albero spoglio autunnale o uno fiorito primaverile.
Lo è in quello denominato il sé e l’altro perché la costruzione della propria individualità passa attraverso esperienze ricche in cui il bambino possa mettersi in gioco e perché la socialità ha come presupposto fondamentale un ambiente sereno e una giusta vicinanza dell’educatore.
Lo è in quello Immagini, suoni e colori, legato alle esperienze artistiche perché l’ arte è strettamente legata alla bellezza ed il nostro paesaggio è sicuramente più stimolante rispetto a un’aula.
E lo è nei discorsi e nelle parole perché gli obiettivi legati a questo campo non possono essere svincolati da esperienze significative e da un ambiente in cui viene privilegiato l’ascolto.
Danilo Casertano, Paolo Mai & co.

http://www.associazionemanes.it/newsite/index.php/l-asilo-nel-bosco

 

«lasciandoli liberi di scegliere da soli»

Qual è la novità del Suo metodo?
«Classi piccole, niente test standardizzati, approccio “uno a uno” con i ragazzi. I bambini sono incoraggiati a scegliere in autonomia il libro che hanno più voglia di leggere e hanno il tempo e lo spazio per farlo, in un continuo dialogo con l’insegnante. Facciamo laboratori quotidiani di scrittura e sono i bambini a decidere che cosa scrivere: l’ultimo libro che hanno letto, le emozioni che ha prodotto in loro. La scoperta rivoluzionaria è stata vedere che lasciandoli liberi di scegliere da soli, dalla libreria che aggiorniamo continuamente, diventano lettori appassionati».

Per molti adolescenti leggere è noioso, difficile e non rende felici. Ha a che fare con il fatto che trovano più interessante la tv, i social, la rapidità del web? E in generale, cosa pensa delle tecnologie a scuola?
«I giovani che non sono abituati a leggere non provano un piacere immediato, devono entrare nella storia e comprenderne il linguaggio. Un videogioco e un libro non sono la stessa cosa. Se vogliamo far entrare la lettura nella loro vita dobbiamo fare in modo che la incrocino sempre, non solo un’ora a settimana. Io poi sono contraria alla lettura su schermi digitali. Anche i bambini abituati ai libri, non li amano. Ai genitori chiediamo di limitare a mezz’ora, massimo un’ora al giorno il tempo per videogiochi o social network. E comunque dopo la lettura, che deve essere quotidiana. A scuola usiamo le tecnologie solo per fare ricerche di storia o scienze, laptop per scrivere. Niente tablet ai più piccoli, mouse e tastiera solo dopo i nove anni».

Antonella De Gregorio,  Bambini, leggete quello che volete. «Così ho vinto il Nobel dei maestri». Metodo (classi piccole, approccio uno a uno) e progetti (comprare altri volumi, rifare il tetto) di Nancie Atwell, americana, 63 anni, miglior docente del mondo. Che insegna in un centro rurale di 1.200 abitanti, in “Corriere della Sera – la Lettura” del 27 novembre 2015

http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_novembre_19/bambini-leggete-quello-che-volete-cosi-ho-vinto-nobel-maestri-d6229f56-8e9b-11e5-aea5-af74b18a84ea.shtml

«il tempo vuoto dei bambini»

Noi viviamo in un periodo di induzione cognitiva impressionante, siamo vittime di un numero infinito di informazioni, messaggi e conoscenze superficiali. Una tale sovrabbondanza genera, come sta avvenendo nei bambini di oggi, una “sregolatezza” cognitiva ed affettiva, una instabilità motoria e corporea, una fragilità emotiva ed affettiva. L’abitudine odierna dei bambini ad entrare in confidenza con tecnologie digitali si riferisce ad esperienze decorporizzate: non ci si misura più con i propri limiti corporei poiché la relazione passa solo attraverso il senso della vista. Il limite relazionale fisico è un fondamentale strumento di crescita e il principale meccanismo che rimanda al bambino il proprio senso del sé. I giochi elettronici per i piccoli gli accelerano i ritmi cardiaci, lo eccitano e lo sollecitano a nuove stimolazioni: è un circuito perverso, che offre la risposta sbagliata ad un bisogno profondo. È un circuito drogato che sviluppa una infinita necessità di accelerazione, un circuito che ruota su se stesso e che non soddisfa il bisogno, tanto è vero che si rimane sempre con il bisogno di continuare. La scuola deve decelerare e selezionare. Con un cammino “controvento” reggendosi in equilibrio di fronte alla forza del vento e tentando di procedere, anche con qualche difficoltà. Ad una cultura si risponde con un’altra cultura: a fianco della cultura della fretta e del consumo si può creare una cultura del gruppo, della scuola e della comunità.

Bisogna imparare ad apprezzare le tante “non attività” che compongono una giornata a scuola: le routine, il gioco nell’interno e nel giardino, la vita quotidiana di una piccola comunità che convive e cresce insieme. Il tempo vuoto dei bambini è stato riempito ma più viene imbottito di appuntamenti e più si rischia di viverlo in modo superficiale senza goderne in profondità: senza soffermarsi, ricordare, aspettare, rielaborare e respirare. È oltremodo inutile voler anticipare, con ansia di prestazione, le stagioni di crescita del bambino, anzi è controproducente. La crescita di un bambino rimane, in fondo, misteriosa nonostante programmi, proposte e verifiche: ognuno ha la sua personalità, la sua storia e i suoi tempi. La crescita individuale va seguita con rispetto e fiducia.

Angela Maria Borello, A scuola con il corpo alla scuola dell’infanzia Saint Denis di Torino

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«Diamo la parola ai bambini»

Montaigne 400 anni fa diceva già che essere interrogati è come vomitare fuori qualcosa che non resta.
Un loro spettacolo, una mostra, il loro spiegare ad altri li compensa della fatica d’avere imparato.
La tecnologia disabitua alla fatica, ma non c’è conoscenza senza fatica!
Diamo la parola ai bambini, lasciamo che scoprano qualcosa: la conoscenza sarà una loro fatica.
Noi dobbiamo costruire pezzo a pezzo una nostra cultura, non trasmettere cultura! Interrogare le cose.
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Arrivati alle medie molti ragazzi si chiedono: ‘Cosa c’entro io con le cose che mi fanno studiare?
La scuola dovrebbe permettere di riconoscere noi stessi nell’arte, nelle storie.
Dobbiamo smetterla di dare risposte su risposte: dobbiamo fare domande per capire il mondo.
I bambini sono contenti quando vedono il maestro studiare con loro qualcosa che non sa ancora.
Lentezza, fare poco, ascoltarli: educarli ad accettare la vulnerabilità, da cui viene la creatività.
Un mondo in cui vai avanti solo se dici esattamente quello che vuole l’insegnante è mortificante.
Un insegnante non può lagnarsi dei suoi studenti! Deve rispettarli e ascoltarli! Dialogare!
La cosa che fa piú male agli adolescenti è l’inautenticità di chi non li ascolta.
Il mio non è un metodo: sono un artigiano, documento quello che faccio, copiatemi pure, io copio.
L’unica diversità irriducibile è quella maschi/femmine, ma il desiderio può avvicinare il diverso.
I bambini soffrono tantissimo, anche: dobbiamo accettare la sofferenza, lavorarci su, con loro.
I genitori sono pieni d’ansia su incolumità e pericoli, impanicano insegnanti e presidi, non si sperimenta piú.

Franco Lorenzoni al Festival dell’Educazione (Circolo dei Lettori, 13 novembre 2015)