«la distrazione è un’obesità della mente»

Bref, il s’agit de mettre en place une « écologie de l’attention » qui permette d’aller à la rencontre du monde, tel qu’il est, et de redevenir attentif à soi et aux autres — un véritable antidote au narcissisme et à l’autisme.

Est-ce aussi un appel à mettre plus de zen ou de « pleine conscience » dans nos vies, comme le faisait déjà un autre auteur-réparateur de motos, l’Américain ­Robert Pirsig dans un roman devenu culte, le Traité du zen et de l’entretien des motocyclettes ? Non, rétorque Crawford, car l’enjeu n’est pas qu’individuel. Il est foncièrement politique. «L’attention, bien sûr, est la chose la plus personnelle qui soit : en temps normal, nous sommes responsables de notre ­aptitude à la concentration, et c’est nous qui choisissons ce à quoi nous souhaitons prêter attention. Mais l’attention est aussi une ressource, comme l’air que nous respirons, ou l’eau que nous ­buvons. Leur disponibilité généralisée est au fondement de toutes nos activités. De même, le silence, qui rend possible l’attention et la concentration, est ce qui nous permet de penser. Or le monde ­actuel privatise cette ressource, ou la confisque. » La solution ? Faire de l’attention, et du silence, des biens communs. Et revendiquer le droit à « ne pas être interpellé »

il filosofo Matthew Crawford per un’ecologia del silenziola distrazione è un’obesità della mente

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«seduto pacificamente senza far nulla»

Bisognerebbe anche vedere che cos’è la pigrizia nella vita moderna. Ha notato che si parla sempre di un diritto agli svaghi ma mai di un diritto alla pigrizia? Mi domando del resto se da noi, occidentali e moderni, esista: non far nulla. Anche persone che hanno una vita completamente diversa dalla mia, più alienata, più dura, più laboriosa, quando sono libere non fanno: «nulla»; fanno sempre qualcosa.

Mi ricordo di quest’immagine… Quando ero bambino, adolescente, Parigi era diversa. Era prima della guerra. L’estate faceva caldo, più caldo di adesso, almeno si crede, comunque io lo credo. Allora, molto spesso si vedevano i portieri parigini – ce n’erano molti, era un’istituzione – di sera, quando faceva molto caldo, metter fuori delle sedie davanti alle porte, sulla strada, e sedersi senza far nulla. È una visione della pigrizia che si è cancellata. Non la ritrovo più nella vita. Nella Parigi attuale non ci sono più tanti gesti di pigrizia. Il caffè è sempre una pigrizia con dei raccordi: ci sono delle conversazioni, anche un «figurare». Non è la vera pigrizia.

È probabile che adesso la pigrizia consista, non nel non far nulla, dato che non ne siamo capaci, ma nello spezzare il tempo il più spesso possibile, nel diversificarlo. È quello che faccio io su piccola scala quando introduco delle diversioni nel mio lavoro. Spezzo il tempo. È un modo di rendersi pigro. Tuttavia aspiro a un’altra pigrizia. Una poesia zen, che mi sconvolge sempre per la sua semplicità, potrebbe essere la definizione poetica della pigrizia di cui sogno:

seduto pacificamente senza far nulla
viene la primavera
e l’erba cresce da sola.

Roland Barthes intervistato da Christine Eff (“Le Monde Dimanche”, 16 settembre 1979)
l’intervista completa è qui: http://www.doppiozero.com/materiali/lettura/osiamo-essere-pigri