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vedere la tenerezza | Martina Leccese

Vorrei raccontare un momento vissuto pensando al mio tirocinio in Scienze della Formazione Primaria all’Università di Torino. Questa estate ho visitato al Meeting di Rimini una mostra su Marcellino pane e vino, il film spagnolo del regista Ladislao Vajda del 1955 (protagonista il piccolo Pablito Calvo nel ruolo del trovatello dal cuore tenero che viene miracolato da Gesù e che infine incontrerà i suoi genitori in Cielo), di cui Luigi Comencini ha realizzato un remake nel 1991; la mostra “Con gli occhi di Marcellino” è stata realizzata in collaborazione con una scuola primaria di Milano e in particolare con bambini delle classi seconde e terze, con i quali le insegnanti hanno portato avanti un progetto che prevedeva la visione del film e un successivo lavoro di analisi di alcune tematiche, attraverso discussioni, domande scritte e disegni.

Ho sempre trovato interessante ideare dei progetti didattici basati su film o cartoni animati o mostre che pongano al centro i sentimenti puri, di cui i bambini possono essere “spettatori” o che possono elaborare loro stessi, e vedere realizzate entrambe queste possibilità insieme mi ha fatto pensare che “allora si può fare!”.

Al giorno d’oggi i media hanno una particolare rilevanza nella vita dei bambini fin dai primi mesi di vita, quando si ritrovano puntati addosso obiettivi che li immortalano in qualunque momento e circostanza o quando vengono comodamente parcheggiati davanti al televisore per essere intrattenuti da programmi più o meno adeguati. Nel mondo del cinema e della televisione ci sono prodotti validi e ben fatti, non sempre direttamente mirati al pubblico infantile, ma dai quali spesso si possono trarre spunti interessantissimi, tematiche attuali e, perché no, molto più “scolastiche” di tanti libri di testo. Ho inoltre l’impressione che forme d’arte come il cinema riescano ad attivare nei bambini un’empatia tale da sentirsi molto più coinvolti e interessati rispetto ad una lezione scolastica tradizionale, il che agevola il loro apprendimento dei contenuti che vengono trasmessi attraverso tali strumenti.

Un’oculata scelta da parte di un insegnante (e perché no, anche di un genitore) dei prodotti più adatti, e la progettazione di un’attività che permetta l’estrapolazione di contenuti formativi da essi può diventare occasione di una didattica innovativa, coinvolgente e stimolante per tutti, bambini ma anche insegnanti. Poter far evolvere il progetto con l’ideazione di un lavoro che testimoni quanto fatto dai bambini, come ad esempio una mostra, amplierebbe la loro curiosità e il loro interesse, poiché avrebbero uno scopo ben preciso verso cui concentrare le proprie forze e, soprattutto, l’occasione di sentirsi protagonisti di qualcosa di grande che avrebbe una risonanza al di fuori delle mura della propria aula e del loro gruppo ristretto di compagni di classe, rendendo il loro operato un’opportunità per comprendere che quanto vissuto e imparato a scuola assume un senso nel momento in cui viene esperito e portato al di fuori di essa.

Martina Leccese

li conoscete gli adolescenti? | Rosalinda Ristallo

Se qualcuno mi chiedesse qual è il tuo passatempo preferito, io risponderei: “osservare la gente!” Proprio così, la maggior parte del tempo la passo a osservare la gente, sono nell’autobus e osservo, sono a fare una passeggiata e osservo. Sono un’osservatrice che cerca nello sguardo, nelle espressioni della gente risposte alle domande che la maggior parte di noi si pone. Mi sento dire ripetutamente che gli adolescenti di oggi non riescono ad assumersi responsabilità, che sono superficiali, che non conoscono il senso del sacrificio, che sono individualisti e che non sanno ascoltare. Il luogo comune “i ragazzi di oggi non sono più come quelli di una volta!”… Ma la constatazione che sono cambiati i modi di comportarsi, aggregarsi, amare, desiderare, perseguire obiettivi non può e non deve divenire un giudizio di valore. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sì diversi, ma soltanto perché questo modo di pensare e di vedere ci consente di sopravvivere in una società diversa rispetto a quella di qualche decennio fa. Oggi la società che corre più veloce della lucesiamo costantemente in movimento per cercare di dare un senso alle nostre giornate. Siamo immersi in un mondo che con le sue trasformazioni ha stravolto anche i ruoli del vecchio focolaio domestico: un tempo i ruoli all’interno della famiglia erano ben definiti: la donna era quella che si occupava della cura della casa e dell’educazione dei figli, il marito era il capo indiscusso, colui che provvedeva ai bisogni economici e che dominava su tutti gli altri membri. I figli maschi, una volta raggiunta una certa età, imparavano dal padre il mestiere e tutti quegli atteggiamenti necessari per diventare un capo famiglia e le figlie femmine aiutavano la madre nei lavori domestici per diventare casalinghe. Attualmente, se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo che questo focolaio domestico non corrisponde più alla realtà. I nuclei familiari, in media, sono composti da soli genitori e da uno o due figli. Ad essere cambiati, nel bene e nel male, sono soprattutto i rapporti reciproci tra i vari componenti. L’educazione dei figli non è più prerogativa della mamma, ma viene affidata anche alle scuole ed altre istituzioni. La crescita dei figli è fortemente influenzata dal rapporto con i pari e in generale dai modelli proposti dalla società. Di fatto ci si trova di fronte ad una fase di grande transizione e la famiglia, quel pilastro fondamentale di ogni società, è sempre più messa in discussione.

Sento parlare di crisi dell’educazione, crisi della famiglia, di crisi culturale ma nessuno sembra in grado di individuare dove sono le ragioni di questa crisi e quali risposte vi possano essere. Non ci vuole molto per osservare e constatare il disfacimento dei rapporti umani: aumento della conflittualità, crescita di tutte le forme di discriminazione verso chi viene considerato diverso soltanto perché ha il colore della pelle diversa dalla nostra, fallimento delle strutture di socializzazione tradizionali, abbassamento del livello di preparazione culturale degli studenti fino all’Università, crescita a macchia d’olio di analfabetismo letterale, culturale e relazionale.

Si è forse parlato troppo dei bambini, degli adolescenti, del ruolo dei genitori nei confronti dei figli e non si è presa in considerazione la funzione pedagogica degli adulti. Insegnanti, educatori, imprenditori, uomini e donne dello spettacolo e dei media, politici, parlamentari e capi di governo; tutti hanno una responsabilità nel formare le menti giovani, costituiscono modelli. La questione centrale dell’educazione oggi va spostata sul mondo degli adulti. Non a caso gli adolescenti sono definiti da noi adulti come “egoisti, ribelli, superficiali”: e noi, come siamo?

Oltre alla crisi dei valori si assiste alla crisi della genitorialità. Il gruppo dei pari dell’adolescente diventa il principale punto di riferimento, mentre il genitore viene messo in discussione. Il genitore vive questa processo come una perdita di potere, e una messa in discussione del suo ruolo, in quanto si trova a percepire il figlio in modo diverso, e a sentirsi per lui meno importante rispetto a prima. I genitori devono cambiare, occorre che comincino a pensare ai figli come figure più autonome e responsabili. Questo mutamento comporterà l’assunzione di un atteggiamento meno protettivo, evitando di sostituirsi al figlio quando esprime le sue scelte e i suoi pensieri. Questo atteggiamento permetterà ad entrambi di cambiare: il figlio sentirà la fiducia del genitore che gli trasmette la sicurezza nel potersi sperimentare e testerà il suo senso di autoefficacia, il genitore scoprirà un nuovo modo di stargli vicino, accettando che lui sta crescendo.

Un altro presupposto importante per mantenere un buon rapporto con l’adolescente è quello di essere disponibili all’ascolto, prevenire eventuali disagi e dimensionare problemi che, per l’adolescente, sembrano insuperabili.

Troppo poco spazio viene dato dai media alle iniziative autonome che ragazzi e ragazze spesso realizzano con tanto spirito di iniziativa, al loro impegno nel volontariato, nell’organizzazione culturale. Nessuno o poco spazio a chi, quotidianamente, nonostante le enormi difficoltà, coltiva i propri sogni, le proprie ambizioni.

Gli adolescenti hanno necessità, ora più che mai, di rispecchiarsi negli adulti di riferimento e di interiorizzare modelli positivi, al fine di interiorizzare sicurezza, autonomia e autostima. Noi adulti non dobbiamo restare a guardare, dobbiamo aiutarli a cercare opportunità e ad alimentarli di entusiasmo. Solamente così i ragazzi saranno in grado di misurarsi con l’immenso mondo…

 

liberiamoli dai voti | Alice Di Leva

Mi capita molto spesso di osservare, nei mesi estivi, le coppie di nonni e nipoti in vacanza insieme.

Trovo meravigliosa l’idea che una parte dell’estate sia dedicata a un rapporto esclusivo e senza eguali. A un tempo dettato da ritmi lenti e caratterizzato dalla ricchezza di un legame che, personalmente, mi ha insegnato l’amore che resiste all’assenza e, professionalmente, mi affascina per la possibilità data ai bambini di godere di un legame di accudimento solitamente meno normativo ma non per questo meno educativo.La mia curiosità si unisce, poi, a un misto di interesse e deformazione professionale che mi porta, qualsiasi cosa stia facendo e dovunque mi trovi, a prestare attenzione alla voce dei bambini. Ciò mi permette di godere di intuizioni geniali e ragionamenti arguti quasi tutti i giorni e in qualsiasi contesto. Il che è raro se ci si accontenta degli scambi con gli adulti.

 Un insieme di questi due interessi mi ha portata, quest’estate, ad assistere a un evento interessante.

 Mi trovavo in un hotel, a bordo di una piscina. Nonna e nipote stavano facendo il bagno insieme. La bambina, che avrà avuto otto-nove anni, si esibiva in costanti evoluzioni che andavano dalle capriole a vere e proprie coreografie. La nonna osservava. Doveva osservare, perché sappiamo quanto lo sguardo dell’adulto amato e la sua attenzione siano importanti e aggiungano senso. La nonna, divertita, osservava. Prestava attenzione e obbediva all’imperativo: “guardami!”, che le veniva ripetuto di continuo. Dopo una decina di minuti, la bambina decide di cimentarsi nei tuffi. La nonna, nel frattempo, uscita dall’acqua si era sistemata sulla sdraio.

«Nonna, guardami! Com’era?»
– Bello! Brava
«Ma come sono stata?»
– Brava, sei stata brava

La bambina però, non pareva affatto soddisfatta. Nervosa, ribatte

«Sì ma…dammi un voto!»

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Non so cosa mi abbia fatto avvertire in maniera chiara e netta che il gioco, con quella frase, si era rotto. Si era guastato. Credo sia stato il tono concitato della bambina che in quel “brava” non riusciva a trovarsi. Ci annegava dentro. L’appiglio, la certezza, era un voto, un numero. Come a scuola. Come una scuola che non spiega con le parole, ma valuta con i numeri. Che categorizza in un modo semplice per i grandi, e meno comprensibile per i bambini. Così anche un gioco, che non è il gioco simbolico del “facciamo che tu eri la maestra..”, ma un gioco spontaneo, estivo e scollegato da un contesto valutativo, diventa qualcosa da misurare. E mi chiedo quanto sia difficile, a otto anni, capire che quel numero denota una prestazione, e non ci descrive. Capire che essere intelligenti, brillanti, confusi, affaticati e tante altre cose ancora non significhi essere cinque, nove o sei. E rifletto su una scuola che, forse, sta perdendo le parole. Che valuta molto e di fretta e traduce poco il numero in significato. Un significato bambino.

Quanto questo mio ragionamento trovi conferma nel rapporto che questa bambina ha con la scuola, non lo saprò mai. Ma so che la nonna ha avuto difficoltà, in quel momento, a rispondere. Forse anche a lei, l’idea di dare un numero ad un gioco, pareva strana. E ha fatto quello che tutti noi facciamo, ha collegato un gioco bello a un voto alto, per soddisfare il desiderio di trovare un posto chiaro su un continuum crescente e senza sfumature che va da “scarso” a “bravo”.E il bello è diventato numero. Il tuffo è diventato compito. Il gioco si è incrinato. E la nonna ha ceduto: «9 e mezzo!».

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

i genitori isolati dai figli

Mi capita sempre più spesso di chiedermi se avrebbe senso una scuola per genitori. I genitori che incontro, nel mio lavoro di neuropsichiatra infantile, sono sempre più spesso smarriti, in grande difficoltà nel cercare di tenere a bada figli che sembra non abbiano alcun senso del limite e, quindi, alcun rispetto delle regole, anche delle regole più elementari. I genitori che incontro si chiedono spesso dove hanno sbagliato, e mi chiedono cosa dovrebbero fare.

Probabilmente, mentre stiamo parlando di loro, quegli stessi ragazzini, che magari sono a scuola, stanno facendo in modo che gli insegnanti con cui hanno a che fare si pentano del lavoro che hanno scelto, così come, spesso, fanno in modo che i genitori stessi facciano naufragio in un mare di angoscianti dubbi.

Credo che stiamo assistendo alle conseguenze di alcuni drammatici cambiamenti del nostro sistema culturale, dettati da vari fattori. In qualche misura, si tratta di trasformazioni inevitabili che fanno parte della naturale evoluzione e del continuo movimento che hanno portato, nel nostro ricco e privilegiato mondo occidentale, ad un sistema sociale che qualcuno (Zygmunt Bauman) ha definito, con una bella e inquietante immagine, «liquido».

Lo smarrimento di cui ho accennato sopra rimanda, oltre che al sentimento che l’individuo vive, anche a qualcosa che è andato perduto: naturalmente si tratta di un tema con il quale illustri pensatori, sociologi, psicologi, psicoanalisti, si sono a lungo cimentati giungendo, a mio parere, ad una conclusione comune, anche se spesso espressa in termini differenti. In sostanza sono andati perduti quelli che René Kaës ha chiamato i «garanti meta culturali», vale a dire quell’insieme di regole certe, spesso implicite, che tengono unite le formazioni sociali necessarie per favorire il sostegno e la strutturazione psichica dell’individuo. Mancando i garanti meta culturali, quindi, si viene a determinare, detto in modo estremamente semplificato, il clima di incertezza, vulnerabilità, perdita del senso del limite nonché la percezione della assenza di una cornice strutturante che, attualmente, stiamo vivendo sotto forma di profonda confusione e malessere sociale. È difficile risalire alle cause della trasformazione di cui stiamo parlando, ma, credo, si possa osservare un fenomeno che, già Christopher Lasch quasi quarant’anni fa, aveva chiamato «la cultura del narcisismo», oggi sostenuta da uno sviluppo tecnologico, nelle mani del potere economico, in grado di manipolare (o annullare) le coscienze.

Ma allora, a che servirebbe una scuola per genitori smarriti se la situazione nella quale stiamo vivendo è tanto compromessa e, apparentemente, senza ritorno?Certamente a poco, certamente non a contrapporsi a una corrente inarrestabile che, per ora, segue una direzione tristemente netta e precisa ma, almeno, potrebbe sostenere le ragioni e il valore del confronto tra persone che possano condividere lo stesso smarrimento, le stesse preoccupazioni e un analogo senso di solitudine e, di conseguenza, il naturale bisogno di rompere l’isolamento a cui sembriamo destinati e che non può che sollecitare sentimenti di impotenza e di rabbia.

E, per ultimo, un consiglio spicciolo: è molto meglio un bambino annoiato che guarda il soffitto senza sapere che fare, ma che resta in grado di accogliere e affrontare la realtà che lo circonda senza fuggirne, piuttosto che un bambino che si illude di riempire i propri vuoti esistenziali inebetito di fronte ad un video e che, quindi, quella stessa realtà che lo circonda non imparerà mai a vivere.

Giorgio Astengo © la scuola dei saperi semplici 2017

 

 

 

 

 

 

 

e tu come educhi? | Maria Chiara Grigiante

Un tempo sono stata bambina. A quell’epoca, talvolta, pensavo: “Questo me lo devo ricordare, devo ricordarlo bene. Quando sarò una mamma io non lo farò. Perché ai bambini non piace!”.

Rievoco con presente stupore quelle parole, ma che cosa non mi piacesse ora non lo so più.

Ricordo solo mia madre.

Sembra evidente che anch’io, come ogni madre, desiderassi offrire il meglio ai miei figli, così ho intrapreso l’avventura educativa, senza aver chiaro che cosa fosse “il meglio”.

 

Alla ricerca del meglio

In questi caldi pomeriggi d’estate chiacchierando sotto l’ombrellone Marina, mamma della piccola Giulia, sottovoce mi ha confidato: «Qualche volta ho incominciato a leggere libri che spiegano come educare i bambini, ma dopo poche pagine li abbandono, perché i dubbi mi assalgono e non so più che fare. Insomma, mi fanno sentire una cattiva madre».

Il dubbio. Si dice che con il dubbio non si vada da nessuna parte. Forse è vero, altresì è anche vero il contrario. Dubitare può aiutarci a crescere. In educazione la certezza non esiste, ma in tutti i casi dobbiamo agire e un agito sorretto dalla riflessione sarà indubbiamente benefico.

Se dubitiamo sulle capacità delle nostre azioni educative, significa che stiamo riflettendo, che ci siamo presi del tempo per fermare il pensiero sul nostro agire pedagogico.

Mia madre non era una cattiva madre, forse non dubitava mai.

Ho la certezza che non conoscesse la pedagogia, la scoprimmo insieme, durante i primi anni della scuola superiore verso la quale mi aveva indirizzata.

Giovanni Segantini, Le cattive madri (1894)

Giovanni Segantini, L’angelo della vita (1895)

 

Pedagogia: questa sconosciuta e inesplorata arte

La Pedagogia potrebbe essere definita come «L’arte di educare» (traduzione italiana di Über Pädagogik) di cui già scriveva Kant nel 1803. Da allora ad oggi molto si è detto e sperimentato, divulgando un sapere culturale che sovente è rimasto nelle mani degli esperti del settore.

All’opposto l’uso della parola pedagogia, non riecheggia nel linguaggio corrente delle madri e dei padri. Alcuni probabilmente non ne conoscono neppure il significato.

Arrivati a questo punto è ragionevole pensare che l’atto educativo sia un’arte esercitata da madri e padri a loro insaputa. Comunque l’inconsapevolezza non giustifica il fatto che l’azione educativa riguardi i genitori in prima persona.

L’arte di educare, come ogni altra arte, per essere trasformata in pratica richiede creatività, maestria e semplici raffinati strumenti.

A tal proposito condivido una delle finalità che Riziero Zucchi e i suoi collaboratori propongono nella “Pedagogia dei genitori”, metodologia volta a “valorizzare le competenze e le conoscenze educativa dei genitori”, allo stesso tempo penso che i padri e le madri, creatrici di autentiche opere d’arte vivente, abbiano necessità di possedere quei “semplici e raffinati strumenti” con cui cesellare una persona felice.

Maria Chiara Grigiante © la scuola dei saperi semplici 2017

 

Costruiamo insieme una “pedagogia con e per i genitori”: chi sa fare bene una cosa ce la racconti. Inviaci le tue buone pratiche educative sperimentate, o i tuoi dubbi completando il form CONTATTACI che trovi nella barra del menu, specificando se desideri mantenere l’anonimato in caso di pubblicazione.

accogliere è un invito | Daniele Martino

Niki è arrivato ieri con un volo da Mosca. La mamma è restata là. Il padre non lo ha mai conosciuto. Un’amica della mamma lo sta ospitando per dargli un po’ di vacanza. Arriva la mattina al semplici camp, la nostra estate-ragazzi al Cit Turin, è affettivamente sconvolto, si rannicchia in un angolo e piange, non vuol restare alla nostra estate-ragazzi, piange, scappa sulla strada, lo inseguo spaventato (io), lo prego di rientrare con me. Non conosce una parola di italiano, ma sa il francese. Così riesco a parlargli. Gli piace il calcio. Tifa Spartak Mosca. Resta con noi: il pallone gli fa dimenticare tutto.

In piscina con gli altri educatori e gli stagisti liceali cominciamo a usare Google Transfer, e comunichiamo con lui in russo: sorride per la prima volta.

A pranzo gli spiego che la nostra lettura prima di cominciare è un ringraziamento, perché noi possiamo nutrirci, mentre tanti sulla Terra in questo momento non hanno di che mangiare. Annuisce. Sì, gli piace la cucina italiana, mangia la pasta al pomodoro e il pane. Anche l’acqua frizzante fresca.

Nello spazio studio, dopo, lo invitiamo a trascrivere i nomi di noi educatori e dei suoi compagni. Guarda un po’ con noi un film perché c’è temporale: è Le petit Nicolas di Goscinny.

Poi fa un pisolino, è stanco per il viaggio e le emozioni.

A fine giornata è sudato e contento: la doccia la vuole fare a casa. Dice che domattina ritornerà.

Oggi è tornato, ha fatto yoga con noi, ha giocato a calcio e – per la prima volta in vita sua –  a calcio-balilla.

Comincia a scherzare con qualche compagno. Sorride.

Ogni tanto mi volto verso di lui e lo rivedo seduto solo, con la fronte crollata su un braccio. La malinconia lo prende e gli toglie le forze.

Ricomincia a giocare da solo, stanga il pallone a muro e un rimpallo gli piega un dito. Così adesso ha male anche lì, lo ghiaccio, lo fascio rigido, ma non basta, si va al Pronto Soccorso.

Sono io che ho voluto accettare la sua iscrizione, prendere i documenti russi, non sapendo nulla di lui. Ero convinto che sarebbe stato meglio con noi che solo chiuso in casa con una anziana, in una città straniera per lui; il giorno dopo è venuto con il dito steccato, e la sua disposizione a stare male così l’ha avuta quasi vinta: poi il giorno si è srotolato, prima con lenti, danzanti movimenti qigong che poteva fare, e con il calcio, e con il pasto, dove si è seduto lontano senza volerne sapere di venirci accanto. Gli ho portato il cibo, come si fa con un animaletto selvaggio che non si fida di te ma ha fame e accetta ciò che gli offri.

Il giorno dopo da Mosca è arrivata sua madre, e non è venuto più, non ho potuto salutarlo e abbracciarlo come quando lo chiedeva come lo chiede un bambino riottoso, sedendosi di spalle davanti a te e lasciandosi lentamente andare di schiena sul tuo petto.

I miei colleghi educatori più affettivi mi hanno parlato spesso di questo senso di rammarico ai congedi da un bambino che soffre: ho fatto tutto quello che avrei potuto, con lui? ho cercato gli approcci giusti? Il tempo non è bastato, il germoglio della relazione non ha avuto tempo di spuntare… ma io resto ottimista, credo che il seme che un educatore lancia tocchi sempre terra dalle parti di un bambino. Non vedremo il frutto, ma verrà.

Daniele Martino © la scuola dei saperi semplici 2017

Niki traduce

nessuna app per lo stupore | Rosalinda Ristallo

Nel 2015 sui social spopolò per un periodo di tempo assai lungo il video di una società di telecomunicazione indiana. In quel periodo ero ancora nel pieno dei miei studi universitari e quindi decisi di usare questo video come mezzo di confronto con la realtà. Riuscii a trovare delle persone che consideravano questo video come una semplice provocazione ma senza alcun velo di preoccupazione, mentre chi come me lavorava e studiava nel campo dell’educazione cominciò a porsi delle domande in merito a questo spot che tutto sembrava tranne che una semplice pubblicità di un’azienda di telecomunicazione.

Dopo poco tempo lessi un articolo in cui si parlava di un ciuccio battezzato con il nome Pacif-i, che attraverso la modalità Bluetooth del cellulare era in grado di inviare sull’applicazione dati relativi alla temperatura del proprio bambino e informazioni circa la distanza del bambino dal proprio genitore! Ma ciò che sorprendeva di più era che quando la distanza risultava eccessiva, secondo il dispositivo, si attivava un sistema di allarme.

Da qui cominciai la mia riflessione: ma in questo periodo della vita non dovrebbero esistere distanze, non dovrebbe venir meno nessun distacco, né fisico né mentale. È in questo periodo che il bambino sviluppa le sue capacità senso-motorie, ma ancor di più la sua capacità emotiva, quindi le distanze non possono essere ammesse e tanto meno permettere ad un dispositivo di decidere la distanza ottimale.

Oggi si parla di un rapporto genitore-figlio mediato dalla tecnologia; infatti non è insolito trovare al parco-giochi ragazzini che spiegano ai loro papà come usare WhatsApp o mamme che sfidano le figlie a Bubble Witch Saga, un modo che da un lato potrebbe aiutare all’avvicinamento ma dall’altro potrebbe portare a mettere da parte il significato più importante dell’agire educativo sui figli. A questo punto non dobbiamo pensare di eliminare o demonizzare le nuove tecnologie perché nel mondo odierno sono fondamentali, ma è importante pensarle, nel rapporto con i nostri figli, come un supporto all’agire educativo e non come una sua sostituzione; come ad esempio utilizzare un’app per aiutare la memorizzazione di lettere, suoni; o utilizzare il canale YouTube per la visione di storie a lieto fine.

È importante educare i propri figli ad utilizzare i dispositivi in maniera corretta, rispettando tempi e spazi della normale vita quotidiana. Dare poche e semplici regole possono dare la possibilità di dare al nostro bambino consapevolezza che i dispositivi digitali non sono l’unico modo per passare il tempo, ma che sono un qualcosa in più che possiamo utilizzare per ampliare le nostre conoscenze.

Ci si sta rendendo conto che la famiglia sta incontrando delle grosse difficoltà soprattutto nel campo dell’educazione. Oggi le famiglie si trovano a dover affannosamente rincorrere impegni e attività imposti spesso dal mondo lavorativo, ma il rischio in tutta questa congestione di attività e impegni è quello di venir meno al compito della famiglia: la responsabilità educativa dei propri figli. Le famiglie si ritrovano a non educare da sole, si trovano spesso a dover chiedere aiuto o addirittura farsi sostituire dai nuovi media. Ci esaltiamo delle “competenze tecnologiche“ dei nostri figli senza nemmeno aver dato loro in mano un sonaglio o un pallone, aver fatto far loro esperienza delle cose che circondano il suo quotidiano.

In realtà, queste “competenze tecnologiche” non sono altro che imitazioni di quello che noi adulti eseguiamo con i nostri dispositivi, quindi dovremmo innanzitutto noi adulti modulare e controllare l’uso sporadico dei mass media ed essere più attenti a quei momenti di apprendimento dei nostri bambini che non ritorneranno più. Inoltre, non dobbiamo dimenticare il compito educativo che siamo chiamati ad adempiere nei confronti dei nostri figli: non dobbiamo dimenticare la funzione emotiva del guardarsi negli occhi durante l’ora della pappa o durante l’ora dei giochi; come affermava Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, il bambino che ha la possibilità di guardare il viso della madre, proprio come guardandosi allo specchio, riceve indietro dagli occhi di lei l’immagine di sé, sulla quale poi andrà a edificare la sua personalità.

I bambini hanno bisogno degli adulti, specialmente nei primi mesi di vita, hanno bisogno delle nostre mani, hanno bisogno della nostra voce, hanno bisogno di vedere il reale prima del virtuale, hanno bisogno di vivere nella semplicità delle cose. Se noi adulti torniamo indietro con la memoria ricorderemo sicuramente le bellissime giornate passate sotto il sole rovente a giocare e a escogitare le migliori sfide per sconfiggere il nostro nemico, le giornate passate a fare i compiti e a cercare le parole con un vocabolario più pesante di noi, l’emozione di aver ricevuto un semplice puzzle, le passeggiate con i nonni che rispondevano ai nostri innumerevoli “perché?”.

Il virtuale, a differenza della realtà ha questo grande potere di immergerti con un click in diversi ambienti andando ad eliminare l’emozione dell’aspettativa e del fascino che un bambino potrebbe sentire se messo in contatto diretto con la realtà. Basti pensare ai video pubblicati su YouTube che riescono a trasmettere i suoni e le immagini che esistono in natura.

Non esiste un manuale attendibile per essere buoni genitori e non esistono 10 regole perfette per rendere i propri figli felici: la felicità dei nostri figli dipende dalla qualità del tempo che dedichiamo loro; ci ringrazieranno soltanto quando di fronte a situazioni di loro disagio noi saremo stati accanto a loro dedicando tempo e trasferendo i significati dell’emozione che provavano in quel momento. È in questo modo che potremmo crescere un bambino empatico, un bambino fiducioso in se stesso e negli altri e con buone relazioni sociali.

Siamo immersi in un mondo più veloce, dove tutto lo spazio del mondo e tutti i nostri saperi sembrano rinchiusi in un piccola scatola e questo ci ha permesso di andare avanti, di portarci al passo con tutto il resto del mondo. Le tecnologie hanno dato un grande impulso alla didattica, è importante però che sia la scuola che la famiglia non si fermino qui, ma si adoperino per far fronte a un nuovo compito; devono proporsi come guida per l’utilizzo dei media, devono controllare e limitare l’utilizzo in ore della giornate prestabilite per permettere così di trovare un giusto equilibrio. In questo modo si può usufruire dei vantaggi della tecnologia ma nello stesso tempo modularne l’ utilizzo.

Bisogna fare in modo che niente distrugga nei bambini il loro magnifico senso innato di stupore di fronte alle cose dell’universo.

Rosalinda Ristallo © la scuola dei saperi semplici 2017

 

 

 

ho incontrato Nariko | Alice Di Leva

Il momento dell’inserimento, in asilo nido, è un momento denso di attese, ritorni, speranza e fiducia.

E in fondo, anche se è difficile dirselo, anche di paura.

È la paura dei piccoli, che per la prima volta lasciano che la mamma varchi una soglia e si allontani, lasciandoli in un posto che li accoglie ma che per la prima volta non ha il suo odore.

È la paura delle madri, che in un tempo che pare infinito sperimentano che lasciarsi è possibile, per mancarsi e ritrovarsi e dirselo: “Mi sei mancato”.

Ed è una prova per le educatrici, una prova che hanno già affrontato mille volte ma che ogni volta insegna.

Diventare adulti, decidere che il proprio mestiere è quello di prendersi cura, non ci rende immuni al pensiero di non poter bastare, a volte, di non essere abbastanza. Di non essere abbastanza per delle mani che cercano un altro viso, un altro corpo e un altro odore, a cui ripetere a bassa voce di non aver paura e, semplicemente, esserci.

Esserci e lasciare che questo non basti. Questo credo sia stato il compito più difficile dei miei primi anni di lavoro. Stare, prima delle competenze dei modelli e delle teorie che sostengono la tua professione. L’ho capito, per la prima volta davvero, quando all’asilo è arrivata Nariko.

Nariko è giapponese, i suoi genitori sono arrivati da poco in Italia, la mamma è una ragazza più piccola di me di 5 anni, parla molto poco l’italiano, e io non parlo per nulla la sua lingua, e questo crea un’inevitabile distanza di cui entrambe siamo evidentemente e sinceramente dispiaciute. La mamma di Nariko mi spiega di essere molto stanca, e che la bambina non è mai stata con altre persone, non si sono mai separate. Un mediatore linguistico avrebbe reso quello scambio zoppicante di informazioni un racconto fluido e pieno di vita. Ma il mediatore non c’è, non è previsto, e io cerco di dire con i gesti e con gli occhi tutto quello che vorrei poter dire in una lingua che non conosco.

Nariko, i primi giorni, piange molto, moltissimo. Ci sono con il corpo, con i gesti, con la voce, ma non con le parole, perché Nariko non le comprende. Cerco di imparare qualche parola in giapponese, ma la mia pronuncia non è convincente, non riesco a raccontare a Nariko che la mamma tornerà, molto presto, che ci sono io lì con lei, e lei di quelle parole ha bisogno, e ne ha diritto.

Non so come accadde e non so perché non ci pensai prima, forse notai che le brevi pause che Nariko si concedeva nei suoi lunghi pianti erano quelli riempiti da suoni melodici: il canto di un uccello, la musica di un giocattolo… Allora da quel giorno, quando Nariko iniziava a piangere, io iniziavo a cantare. Erano suoni dolci, bassi e prevedibili. Erano melodie semplici. Era il nostro esperanto. Era il mio modo di esserci oltre le parole e Nariko smise di piangere e cominciò a riprodurre quei suoni, e a riderne.

Le parole sono arrivate con il tempo, ma noi ormai, ci eravamo già incontrate.

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

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