Categoria: essere genitori

fine di un anno non finito

Roberto Maragliano da più di dieci anni ci spiega come il digitale non sia una tecnica capitalista che cancella la socratica dell’insegnamento: qui su doppiozero (https://www.doppiozero.com/materiali/scuola-post-shock) ha scritto qualche giorno fa un pezzo lucido e ancora una volta avanzato che non si fa ingabbiare in ordinanze, e decreti, e circolari, e timori, e vocazioni a sedazione e controllo; grandi idee come sempre le sue: niente sarà più come prima perché la scuola chiusa ha reso tutto trasparente, dislocato; è ora di accettare di essere anfibi (testi + interazioni creative), connettendosi a tutti i saperi del mondo. È ora, anche, dico io, di arieggiare le stanze prima di soggiornarvi, fare soffiare un vento di energia, di fiducia, di divertimento che spazzi le croniche lagne dei miei colleghi prof, le comprensibili ma insensate proteste delle madri che scambiano spero per sbaglio la didattica digitale per alienazione dei loro piccini. Chiaro, la distanza ci ha tolto affettività corporale, ma ha aumentato esponenzialmente la compassione psichica, la confidenza tra i prof disponibili e ragazzini, tra prof e genitori! I ragazzi hanno capito che il problema non sono i prof, ma un impianto burocratico e segregante che dovremmo far saltare in aria il più possibile in questo momento di confusione ministeriale e dirigenziale.

https://www.doppiozero.com/materiali/9-scuola-fine-di-un-anno-non-finito

una terza media di 37 anni fa

Come si sentirebbero dei ragazzi di 14-15-16-17 anni d’oggi in una terza media di un collegio del 1982?
La mia impressione è che questo docu-reality di Luca Busso (adattamento italiano del format inglese “That’ll Teach ‘Em” di Channel 4 https://www.youtube.com/watch?v=bGnxQEmKeRksia) sia riuscito; i ragazzi hanno in quel 1982 virtuale le stesse competenze, le stesse emozioni e gli stessi comportamenti simpatici o demenziali che hanno oggi, ma l’educazione militaresca e la “giustizia retributiva” di allora, ovvero mortificazioni e punizioni, non sortivano granché comunque. Quella che funzionerebbe bene anche oggi, se potesse essere comminata a caldo da noi docenti, senza arzigogolate architetture di garanzie demoburocratiche, sarebbero azioni di giustizia riparativa.

Quello che manca è la possibilità di stare insieme tanto tempo: fra loro ragazzi, noi prof con loro; invece di sfiorarci poche ore alla settimana.

Daniele Martino

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“chi sarò”: un orientamento pensato per la realizzazione dei ragazzi

Nei primi mesi del terzo anno della scuola secondaria di primo grado (la “terza media”) i ragazzi, le ragazze (e i loro genitori) devono compiere in poche settimane una scelta di cruciale importanza nella loro vita. Oggi l’ORIENTAMENTO è poco più di una sbrigativa pratica burocratica che la scuola deve garantire per indirizzare gli allievi a qualche open day degli istituti superiori limitrofi all’istituto comprensivo. La maggior parte delle azioni di Città e Regioni è volta a trovare risorse umane per il sistema economico in poco tempo e con crescente attenzione più ai datori di lavoro futuri che alla felicità personale dei giovani cittadini

Nessuno dedica tempo all’ascolto e alla comprensione della vera vocazione dei tredicenni, noi lo facciamo!

Il segreto del successo nella vita
è fare della tua vocazione il tuo divertimento
MARK TWAIN

chi sarò è una azione di ORIENTAMENTO rivolta ai genitori e agli studenti. Il fine è quello di assicurare alle famiglie la chance di una consulenza attenta e mirata nella difficile scelta della scuola secondaria di secondo grado o del successivo corso di laurea. Noi proponiamo un nuovo training strategico per l’inserimento nel mondo del lavoro e per la soddisfazione di vita dei ragazzi. Il nostro originale test di orientamento (ChiSaròTest) disegna un profilo della personalità e rileva vocazione e skills reali dello studente. Un incontro di presentazione illustrerà agli studenti e ai loro genitori i capitoli dell’azione:

  1. aspirazione, attitudini, vero essere
  2. il primo passo nella “società liquida”: studiare per essere pronti a cambiare
  3. somministrazione del nostro test di orientamento (ChiSaròTest)

Obbiettivi? aiutare efficacemente i genitori nella fase decisionale e cominciare con i docenti una attività di monitoraggio della vocazione degli studenti da applicare durante tutto l’anno scolastico con la didattica di ORIENTAMENTO

Autori del progetto sono Maria Chiara Grigiante (https://www.linkedin.com/in/maria-chiara-grigiante-99511993/) e Daniele Martino (https://www.linkedin.com/in/martinodaniele/). Per informazioni: direzione@lascuoladeisaperisemplici.org

«i luoghi di socializzazione sono fondamentali»

«Sì, la scuola per me dovrebbe essere aperta dalle 8 della mattina fino a mezzanotte, almeno. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione dal Ministro Berlinguer nel ’98 e lui ha detto: «E chi mi paga i bidelli?». Se questi sono i problemi allora basta: lasciamole chiudere, alla una le chiudiamo e non se ne parla più.

I ragazzi, oggi, non hanno più luoghi di socializzazione. Una volta avevamo gli oratori, le sezioni di partito. Oggi quali sono i luoghi di socializzazione? Il bar. E cosa fa uno al bar, beve? Punto. Neanche le discoteche sono luoghi di socializzazione perché tanto non puoi parlare dalla musica fortissima che hai e dalla testa ormai rovinata dalle droghe che assumi in quella serata. Ecco, allora i luoghi di socializzazione sono fondamentali soprattutto adesso in una cultura dove la gente socializza attraverso i mezzi informatici, dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti.

E quindi bisogna trovarli questi luoghi di socializzazione. Che possono essere le scuole: sono edifici enormi, piene di aule e pieni di spazi vuoti. Benissimo. Poi, in questi luoghi, puoi benissimo coinvolgere giovani che mettono su dei teatri, giovani che mettono su degli atelier d’arte, giovani che insegnano a fare il cinema, giovani che insegnano a fare gli attori. Ecco. E allora dagliele queste benedette scuole, che magari qualche studente può andar lì e imparare qualcosa!

Non è che necessariamente questi giovani che fanno queste attività alternative devono insegnare, ma se lo fai nella scuola qualcuno ci va lì. E allora incomincia una socializzazione e anche una visualizzazione dei processi vocazionali. Uno vuol far l’attore o fare il pittore o fare il musico: vede che cosa vuol dire questa roba qua. Bisogna tenerle aperte. Alla sera in quelle scuole lì, poi si possono fare i compiti, si può anche far l’amore, perché no? È l’età giusta. E perché dove si deve fare? Vicino ai muretti, in camporella? Dove, dove si fa? Al cinema, neanche, no? Perché lì te li mettono uno vicino all’altro, non è come quando andavamo dove volevamo. Però allora non succedeva niente, stavamo malmessi. Benissimo.

Allora, cosa succede a questo punto? Che se la scuola diventa un luogo di socializzazione allora sì che svolge una funzione importante. E uno non è che si sente sequestrato quando va a scuola perché diventa la sua casa. Poi, non so, i bidelli. Ma questi ragazzi sono ragazzi che hanno dai 15 ai 18 anni (parlo soprattutto alle superiori). Ci sono le scuole da imbiancare, ma non sono capaci di prendere un pennello e imbiancarsi la loro aula? Però se in quell’aula lì succede qualcosa d’interessante allora ti viene voglia anche di metterla a posto bene».

vedere la tenerezza | Martina Leccese

Vorrei raccontare un momento vissuto pensando al mio tirocinio in Scienze della Formazione Primaria all’Università di Torino. Questa estate ho visitato al Meeting di Rimini una mostra su Marcellino pane e vino, il film spagnolo del regista Ladislao Vajda del 1955 (protagonista il piccolo Pablito Calvo nel ruolo del trovatello dal cuore tenero che viene miracolato da Gesù e che infine incontrerà i suoi genitori in Cielo), di cui Luigi Comencini ha realizzato un remake nel 1991; la mostra “Con gli occhi di Marcellino” è stata realizzata in collaborazione con una scuola primaria di Milano e in particolare con bambini delle classi seconde e terze, con i quali le insegnanti hanno portato avanti un progetto che prevedeva la visione del film e un successivo lavoro di analisi di alcune tematiche, attraverso discussioni, domande scritte e disegni.

Ho sempre trovato interessante ideare dei progetti didattici basati su film o cartoni animati o mostre che pongano al centro i sentimenti puri, di cui i bambini possono essere “spettatori” o che possono elaborare loro stessi, e vedere realizzate entrambe queste possibilità insieme mi ha fatto pensare che “allora si può fare!”.

Al giorno d’oggi i media hanno una particolare rilevanza nella vita dei bambini fin dai primi mesi di vita, quando si ritrovano puntati addosso obiettivi che li immortalano in qualunque momento e circostanza o quando vengono comodamente parcheggiati davanti al televisore per essere intrattenuti da programmi più o meno adeguati. Nel mondo del cinema e della televisione ci sono prodotti validi e ben fatti, non sempre direttamente mirati al pubblico infantile, ma dai quali spesso si possono trarre spunti interessantissimi, tematiche attuali e, perché no, molto più “scolastiche” di tanti libri di testo. Ho inoltre l’impressione che forme d’arte come il cinema riescano ad attivare nei bambini un’empatia tale da sentirsi molto più coinvolti e interessati rispetto ad una lezione scolastica tradizionale, il che agevola il loro apprendimento dei contenuti che vengono trasmessi attraverso tali strumenti.

Un’oculata scelta da parte di un insegnante (e perché no, anche di un genitore) dei prodotti più adatti, e la progettazione di un’attività che permetta l’estrapolazione di contenuti formativi da essi può diventare occasione di una didattica innovativa, coinvolgente e stimolante per tutti, bambini ma anche insegnanti. Poter far evolvere il progetto con l’ideazione di un lavoro che testimoni quanto fatto dai bambini, come ad esempio una mostra, amplierebbe la loro curiosità e il loro interesse, poiché avrebbero uno scopo ben preciso verso cui concentrare le proprie forze e, soprattutto, l’occasione di sentirsi protagonisti di qualcosa di grande che avrebbe una risonanza al di fuori delle mura della propria aula e del loro gruppo ristretto di compagni di classe, rendendo il loro operato un’opportunità per comprendere che quanto vissuto e imparato a scuola assume un senso nel momento in cui viene esperito e portato al di fuori di essa.

Martina Leccese

li conoscete gli adolescenti? | Rosalinda Ristallo

Se qualcuno mi chiedesse qual è il tuo passatempo preferito, io risponderei: “osservare la gente!” Proprio così, la maggior parte del tempo la passo a osservare la gente, sono nell’autobus e osservo, sono a fare una passeggiata e osservo. Sono un’osservatrice che cerca nello sguardo, nelle espressioni della gente risposte alle domande che la maggior parte di noi si pone. Mi sento dire ripetutamente che gli adolescenti di oggi non riescono ad assumersi responsabilità, che sono superficiali, che non conoscono il senso del sacrificio, che sono individualisti e che non sanno ascoltare. Il luogo comune “i ragazzi di oggi non sono più come quelli di una volta!”… Ma la constatazione che sono cambiati i modi di comportarsi, aggregarsi, amare, desiderare, perseguire obiettivi non può e non deve divenire un giudizio di valore. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sì diversi, ma soltanto perché questo modo di pensare e di vedere ci consente di sopravvivere in una società diversa rispetto a quella di qualche decennio fa. Oggi la società che corre più veloce della lucesiamo costantemente in movimento per cercare di dare un senso alle nostre giornate. Siamo immersi in un mondo che con le sue trasformazioni ha stravolto anche i ruoli del vecchio focolaio domestico: un tempo i ruoli all’interno della famiglia erano ben definiti: la donna era quella che si occupava della cura della casa e dell’educazione dei figli, il marito era il capo indiscusso, colui che provvedeva ai bisogni economici e che dominava su tutti gli altri membri. I figli maschi, una volta raggiunta una certa età, imparavano dal padre il mestiere e tutti quegli atteggiamenti necessari per diventare un capo famiglia e le figlie femmine aiutavano la madre nei lavori domestici per diventare casalinghe. Attualmente, se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo che questo focolaio domestico non corrisponde più alla realtà. I nuclei familiari, in media, sono composti da soli genitori e da uno o due figli. Ad essere cambiati, nel bene e nel male, sono soprattutto i rapporti reciproci tra i vari componenti. L’educazione dei figli non è più prerogativa della mamma, ma viene affidata anche alle scuole ed altre istituzioni. La crescita dei figli è fortemente influenzata dal rapporto con i pari e in generale dai modelli proposti dalla società. Di fatto ci si trova di fronte ad una fase di grande transizione e la famiglia, quel pilastro fondamentale di ogni società, è sempre più messa in discussione.

Sento parlare di crisi dell’educazione, crisi della famiglia, di crisi culturale ma nessuno sembra in grado di individuare dove sono le ragioni di questa crisi e quali risposte vi possano essere. Non ci vuole molto per osservare e constatare il disfacimento dei rapporti umani: aumento della conflittualità, crescita di tutte le forme di discriminazione verso chi viene considerato diverso soltanto perché ha il colore della pelle diversa dalla nostra, fallimento delle strutture di socializzazione tradizionali, abbassamento del livello di preparazione culturale degli studenti fino all’Università, crescita a macchia d’olio di analfabetismo letterale, culturale e relazionale.

Si è forse parlato troppo dei bambini, degli adolescenti, del ruolo dei genitori nei confronti dei figli e non si è presa in considerazione la funzione pedagogica degli adulti. Insegnanti, educatori, imprenditori, uomini e donne dello spettacolo e dei media, politici, parlamentari e capi di governo; tutti hanno una responsabilità nel formare le menti giovani, costituiscono modelli. La questione centrale dell’educazione oggi va spostata sul mondo degli adulti. Non a caso gli adolescenti sono definiti da noi adulti come “egoisti, ribelli, superficiali”: e noi, come siamo?

Oltre alla crisi dei valori si assiste alla crisi della genitorialità. Il gruppo dei pari dell’adolescente diventa il principale punto di riferimento, mentre il genitore viene messo in discussione. Il genitore vive questa processo come una perdita di potere, e una messa in discussione del suo ruolo, in quanto si trova a percepire il figlio in modo diverso, e a sentirsi per lui meno importante rispetto a prima. I genitori devono cambiare, occorre che comincino a pensare ai figli come figure più autonome e responsabili. Questo mutamento comporterà l’assunzione di un atteggiamento meno protettivo, evitando di sostituirsi al figlio quando esprime le sue scelte e i suoi pensieri. Questo atteggiamento permetterà ad entrambi di cambiare: il figlio sentirà la fiducia del genitore che gli trasmette la sicurezza nel potersi sperimentare e testerà il suo senso di autoefficacia, il genitore scoprirà un nuovo modo di stargli vicino, accettando che lui sta crescendo.

Un altro presupposto importante per mantenere un buon rapporto con l’adolescente è quello di essere disponibili all’ascolto, prevenire eventuali disagi e dimensionare problemi che, per l’adolescente, sembrano insuperabili.

Troppo poco spazio viene dato dai media alle iniziative autonome che ragazzi e ragazze spesso realizzano con tanto spirito di iniziativa, al loro impegno nel volontariato, nell’organizzazione culturale. Nessuno o poco spazio a chi, quotidianamente, nonostante le enormi difficoltà, coltiva i propri sogni, le proprie ambizioni.

Gli adolescenti hanno necessità, ora più che mai, di rispecchiarsi negli adulti di riferimento e di interiorizzare modelli positivi, al fine di interiorizzare sicurezza, autonomia e autostima. Noi adulti non dobbiamo restare a guardare, dobbiamo aiutarli a cercare opportunità e ad alimentarli di entusiasmo. Solamente così i ragazzi saranno in grado di misurarsi con l’immenso mondo…

 

semplici camp | Torino 2017

La nostra seconda estate-ragazzi, la prima formalmente riconosciuta dalla Città di Torino e dal suo ITER, si è svolta dal 12 giugno al 4 agosto e dal 28 agosto al 1° settembre. Su questo sito, sulla nostra pagina Facebook e sui nostri profili Twitter e Instagram, potrete trovare molte immagini e video che testimoniano come lavoriamo, e come stanno con noi bambini e ragazzi; ringraziamo i genitori che hanno fiducia in noi e nel magnifico staff del Cit Turin LDE – che ci ha ospitato anche quest’anno. Abbiamo ricevuto tante mail di ringraziamento dai genitori, che hanno certificato il benessere dei loro figli al ritorno a casa ogni giorno e a fine settimana. Ci rivedremo presto!

Vi dedichiamo una canzone, registrata l’ultimo giorno:

 

ringraziamento per il cibo

ringraziamo per il cibo che ci viene offerto, perché tanti esseri viventi in tutto il mondo in questo momento non hanno di che mangiare, e hanno fame

pensiamo a come è arrivato questo cibo sulla nostra tavola:
diciamo grazie a tutti coloro che l’hanno scelto al mercato, l’hanno cucinato, e ce lo portano qui in tavola

ci siamo comportati bene? meritiamo questo cibo?
siamo qui per nutrirci bene, e non per abbuffarci avidamente
mangiamo questo cibo per la salute del nostro corpo, per rinnovare la nostra energia
mastichiamo bene, lentamente, in silenzio, parliamo con la bocca vuota e con la voce bassa

restiamo seduti e comportiamoci gentilmente con i nostri vicini di tavola

ringraziamo quando ci servono acqua e cibo

non sprechiamo la preziosa acqua e non avanziamo il prezioso cibo: se siamo sazi, offriamolo con gentilezza a chi ha più fame di noi

grazie a tutti coloro che ci aiutano! ai nostri genitori, ai nostri maestri, all’umanità intera, a tutti gli esseri che soffrono!

quando avremo finito di mangiare, raccoglieremo con ordine le posate e i piatti da lavare, li metteremo in piccole pile per aiutare chi sprepara per noi. Riporremo i bicchieri di plastica e i tovaglioli di carta nella raccolta differenziata.

Buon appetito a tutti!

 

con Daniele Martino, Francesco Mollo, Adama Sene, Luca Piccarreta, Alice Di Leva, Rosalinda Ristallo

 

i genitori isolati dai figli

Mi capita sempre più spesso di chiedermi se avrebbe senso una scuola per genitori. I genitori che incontro, nel mio lavoro di neuropsichiatra infantile, sono sempre più spesso smarriti, in grande difficoltà nel cercare di tenere a bada figli che sembra non abbiano alcun senso del limite e, quindi, alcun rispetto delle regole, anche delle regole più elementari. I genitori che incontro si chiedono spesso dove hanno sbagliato, e mi chiedono cosa dovrebbero fare.

Probabilmente, mentre stiamo parlando di loro, quegli stessi ragazzini, che magari sono a scuola, stanno facendo in modo che gli insegnanti con cui hanno a che fare si pentano del lavoro che hanno scelto, così come, spesso, fanno in modo che i genitori stessi facciano naufragio in un mare di angoscianti dubbi.

Credo che stiamo assistendo alle conseguenze di alcuni drammatici cambiamenti del nostro sistema culturale, dettati da vari fattori. In qualche misura, si tratta di trasformazioni inevitabili che fanno parte della naturale evoluzione e del continuo movimento che hanno portato, nel nostro ricco e privilegiato mondo occidentale, ad un sistema sociale che qualcuno (Zygmunt Bauman) ha definito, con una bella e inquietante immagine, «liquido».

Lo smarrimento di cui ho accennato sopra rimanda, oltre che al sentimento che l’individuo vive, anche a qualcosa che è andato perduto: naturalmente si tratta di un tema con il quale illustri pensatori, sociologi, psicologi, psicoanalisti, si sono a lungo cimentati giungendo, a mio parere, ad una conclusione comune, anche se spesso espressa in termini differenti. In sostanza sono andati perduti quelli che René Kaës ha chiamato i «garanti meta culturali», vale a dire quell’insieme di regole certe, spesso implicite, che tengono unite le formazioni sociali necessarie per favorire il sostegno e la strutturazione psichica dell’individuo. Mancando i garanti meta culturali, quindi, si viene a determinare, detto in modo estremamente semplificato, il clima di incertezza, vulnerabilità, perdita del senso del limite nonché la percezione della assenza di una cornice strutturante che, attualmente, stiamo vivendo sotto forma di profonda confusione e malessere sociale. È difficile risalire alle cause della trasformazione di cui stiamo parlando, ma, credo, si possa osservare un fenomeno che, già Christopher Lasch quasi quarant’anni fa, aveva chiamato «la cultura del narcisismo», oggi sostenuta da uno sviluppo tecnologico, nelle mani del potere economico, in grado di manipolare (o annullare) le coscienze.

Ma allora, a che servirebbe una scuola per genitori smarriti se la situazione nella quale stiamo vivendo è tanto compromessa e, apparentemente, senza ritorno?Certamente a poco, certamente non a contrapporsi a una corrente inarrestabile che, per ora, segue una direzione tristemente netta e precisa ma, almeno, potrebbe sostenere le ragioni e il valore del confronto tra persone che possano condividere lo stesso smarrimento, le stesse preoccupazioni e un analogo senso di solitudine e, di conseguenza, il naturale bisogno di rompere l’isolamento a cui sembriamo destinati e che non può che sollecitare sentimenti di impotenza e di rabbia.

E, per ultimo, un consiglio spicciolo: è molto meglio un bambino annoiato che guarda il soffitto senza sapere che fare, ma che resta in grado di accogliere e affrontare la realtà che lo circonda senza fuggirne, piuttosto che un bambino che si illude di riempire i propri vuoti esistenziali inebetito di fronte ad un video e che, quindi, quella stessa realtà che lo circonda non imparerà mai a vivere.

Giorgio Astengo © la scuola dei saperi semplici 2017

 

 

 

 

 

 

 

Se una comunità tiene ai propri figli, deve accarezzare le sue madri.

John Bowlby

 

Grazie agli studi di Lorenz (1935) sul seguire manifestato dagli anatroccoli e scollegato dalle funzioni nutrizionali, Bowlby cercò di strutturare una nuova metapsicologia della psicoanalisi basata sull’attaccamento, la quale scollegava il concetto di attaccamento da quelli di cibo e di sessualità, secondo cui il comportamento di attaccamento si manifesta in una persona quando essa consegue o mantiene una prossimità con un’altra persona considerata in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. La funzione biologico-psicologica sarebbe quindi quella di fornire protezione e tale comportamento, più evidente sicuramente nell’infanzia, si manifesterebbe in tutto l’arco della vita del soggetto.

La teoria dell’attaccamento ha così permesso di identificare la presenza di una struttura psicologica interna che comprende schemi di rappresentazione del sé e della figura di attaccamento e che può spiegare sia il comportamento di attaccamento generale che l’attaccamento duraturo con figure specifiche.

Alla luce di queste considerazioni poi si possono quindi spiegare anche diversi Fenomeni Clinici:

1. Angoscia di Separazione: viene vista come suscitata da un aumento del rischio per il soggetto, dovuto al fatto di aver paura di perdere un soggetto che gli fornisce protezione;

2. Lutto: vari studi attuati sui bambini dimostrarono come vi siano alcune componenti del lutto, inteso come la reazione alla perdita di un soggetto, da considerare normali in quanto presenti anche in soggetti adulti sani (collera, negazione della perdita e ricerca del soggetto perduto). Definire quali siano i meccanismi del lutto normale ha permesso quindi di definire gli elementi patologici di queste situazioni;

3. Processi Difensivi: è fondamentale quella che Bowlby definisce Esclusione Difensiva, la quale permette di interrompere per un certo periodo i processi di attaccamento e gli elementi emotivi coinvolti.

I dati provenienti dalle numerose ricerche indicano quindi che le gli Effetti delle Esperienze Infantili Negative sono principalmente di due tipi:

– rendono il soggetto più vulnerabile a esperienze avverse successive;

– aumentano la possibilità che si vada incontro a ulteriori esperienze del genere.