Categoria: idee

Dave Grohl chiede ai ragazzi di amare i prof

Dave Grohl dei Foo Fighters, batterista dei Nirvana fino al 1994, ha dedicato ai docenti una delle sue “true stories” sul canale YouTube della band. Grohl completa la sua azione di storyteller anche sul suo profilo Instagram @davestruestories: scrivendo solo parole su un social network di immagini, parlando radiofonicamente su un social network di video, Grohl va in controtendenza, lasciando la superficie e la brevità per tornare a lunghezza e prodondità, invitando a pensare, ad ascoltare il pensiero.

Daniele Martino

i giorni del virus

Non li vedo e non li sento da dieci giorni. Mi sono riposato anche troppo. Ho passato ore e ore ogni giorno a cercare le fonti autentiche, scientifiche sul coronavirus. Quando le trovo le condivido sui gruppi WhatsApp e sulle mailing list dei colleghi. Con i colleghi sono rimasto in contatto. Ne ho anche visto qualcuno. Spesso scherziamo, a volte condividiamo soprattutto l’incertezza, e i rush di angoscia. Quando abbiamo capito che anche la nostra regione avrebbe chiuso i suoi edifici per due settimane consecutive qualche studentessa (il femminile non è casuale, perché i maschi per la chiusura stanno gongolando e rincoglionendo su videogiochi e smartphone, as usual) si è fatta finalmente viva, incorporea e muta.

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didattica a distanza, un mal di panza

Lavoro in due scuole medie: in ciascuna non più di una decina di prof su un centinaio usavano già complementi digitali alla loro didattica prima del Covid-19; qualcuno usa Padlet; altri WeSchool o Edmodo; l’unica vera piattaforma coordinata è G-Suite/Google Education, un pacchetto che ogni scuola deve comprare e soprattutto far funzionare con un animatore digitale formato in seminari di full immersion con i formatori Google; poche scuole lo sapevano già utilizzare appieno, e in questi giorni non hanno problemi; altre scuole ce l’hanno, ma ne usano solo alcune applicazioni; alcuni dirigenti scolastici si stanno stressando ora per attivare almeno Meet/Hangouts per fare riunioni di staff in remoto (commissioni, dipartimenti, collegi docenti). L’emergenza coronavirus ha semplicemente rivelato che tra bla bla sulla didattica digitale, e reale capacità diffusa dei prof c’è un abisso, tuttora, e il Miur lo sa benissimo.

Infine, la didattica digitale non è affatto easy! io, che la uso da due anni, in questa emergenza ho lottato una settimana con il supporto Padlet per rendere più versatile l’accesso ai miei studenti (alle sole due o tre studentesse per classe che si sono fatte vive, in verità). Ho lottato ore e ore via mail in inglese con il supporto internazionale Padlet dal 27 febbraio a poche ore fa. Da mesi dico alle mie dirigenti che ogni scuola dovrebbe avere un profilo Facebook friendly per i genitori e uno Instagram per gli studenti, ma mi rispondono «abbiamo già il sito» (sic!).

Questo è il livello di coscienza comunicativa della scuola statale italiana al 5 marzo 2020. E se il prossimo black out catastrofico fosse anche elettrico? e cadesse la rete? Ho proposto ai colleghi di incontrare le nostre classi qualche ora ogni mattina in un giardino pubblico, dove la VERA maieutica della VERA didattica potrebbe ripartire. Senza CORPO non c’è APPRENDIMENTO, come ha scritto questa mattina Enrico Galiano: reazioni? «Per carità, e se poi qualcuno si fa male durante il tragitto? E se qualcuno poi si contagiasse? I genitori ci sbranerebbero penalmente». Voilà, torno su Padlet.

è l'ora del costruzionismo!

Allora apriamo con coraggio l’era del costruzionismo, partendo dalla costruzione dell’ambiente di apprendimento per abbattere la tensione tra astrazione e concretezza. Incominciamo a costruire, non più in senso metaforico ma materiale, reale. Ora nel percorso di trasformazione di queste due scuole è crollata la tensione tra pedagogia e architettura, e si è fatta strada con coraggio virtù della bellezza e il legame tra ingegnosità e arte. La bellezza della scuola nella quale uno studente è immerso per la maggior parte del suo tempo quotidiano è esperienza stessa di vita che educa senza parole, che rimanda a dimensioni di responsabilità individuale e collettiva, i quali si trasformano implicitamente in potenti strumenti pedagogici capaci di rivoluzionare il modo di fare scuola. 

Maria Chiara Grigiante
“Dirigere la scuola” dicembre 2019

apprendere nel bello

La didattica con cui si è pensata l’architettura ora sarà l’ambiente per un nuova didattica: in spazi pieni d’aria, di luce, con i banchi che scorrono su rotelle per muovere gli studenti in didattiche finalmente realizzabili, con lavagne elettroniche di ultima generazione (i BigPad della Sharp), con gli armadietti personali numerati per ogni studente per lasciare qui i libri, con i bidoncini della raccolta differenziata graziosi nel design tipo bocche-di-aerazione-di-nave, con decine e decine di spazi per leggere un giornale, sciallare in questi «spazi calmi», sprofondare in un puff, dove poter studiare da soli in un momento di difficoltà, con casette-nido per confortare il meltdown di un ragazzo autistico, con aule insegnanti dotati di angolo cucina per mangiare tranquilli, con bagni puliti e belli… 

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i gioielli di “Torino fa scuola”

Quindi è possibile fare il nuovo, fare il benessere: visita alle scuole medie “Fermi” e “Pascoli”, i gioielli di
www.torinofascuola.it (foto Maria Chiara Grigiante)

«i luoghi di socializzazione sono fondamentali»

«Sì, la scuola per me dovrebbe essere aperta dalle 8 della mattina fino a mezzanotte, almeno. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione dal Ministro Berlinguer nel ’98 e lui ha detto: «E chi mi paga i bidelli?». Se questi sono i problemi allora basta: lasciamole chiudere, alla una le chiudiamo e non se ne parla più.

I ragazzi, oggi, non hanno più luoghi di socializzazione. Una volta avevamo gli oratori, le sezioni di partito. Oggi quali sono i luoghi di socializzazione? Il bar. E cosa fa uno al bar, beve? Punto. Neanche le discoteche sono luoghi di socializzazione perché tanto non puoi parlare dalla musica fortissima che hai e dalla testa ormai rovinata dalle droghe che assumi in quella serata. Ecco, allora i luoghi di socializzazione sono fondamentali soprattutto adesso in una cultura dove la gente socializza attraverso i mezzi informatici, dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti.

E quindi bisogna trovarli questi luoghi di socializzazione. Che possono essere le scuole: sono edifici enormi, piene di aule e pieni di spazi vuoti. Benissimo. Poi, in questi luoghi, puoi benissimo coinvolgere giovani che mettono su dei teatri, giovani che mettono su degli atelier d’arte, giovani che insegnano a fare il cinema, giovani che insegnano a fare gli attori. Ecco. E allora dagliele queste benedette scuole, che magari qualche studente può andar lì e imparare qualcosa!

Non è che necessariamente questi giovani che fanno queste attività alternative devono insegnare, ma se lo fai nella scuola qualcuno ci va lì. E allora incomincia una socializzazione e anche una visualizzazione dei processi vocazionali. Uno vuol far l’attore o fare il pittore o fare il musico: vede che cosa vuol dire questa roba qua. Bisogna tenerle aperte. Alla sera in quelle scuole lì, poi si possono fare i compiti, si può anche far l’amore, perché no? È l’età giusta. E perché dove si deve fare? Vicino ai muretti, in camporella? Dove, dove si fa? Al cinema, neanche, no? Perché lì te li mettono uno vicino all’altro, non è come quando andavamo dove volevamo. Però allora non succedeva niente, stavamo malmessi. Benissimo.

Allora, cosa succede a questo punto? Che se la scuola diventa un luogo di socializzazione allora sì che svolge una funzione importante. E uno non è che si sente sequestrato quando va a scuola perché diventa la sua casa. Poi, non so, i bidelli. Ma questi ragazzi sono ragazzi che hanno dai 15 ai 18 anni (parlo soprattutto alle superiori). Ci sono le scuole da imbiancare, ma non sono capaci di prendere un pennello e imbiancarsi la loro aula? Però se in quell’aula lì succede qualcosa d’interessante allora ti viene voglia anche di metterla a posto bene».

«Il sapere è l’unica garanzia di benessere»

«Fosse per me in Italia farei solo scuole. Scuole, scuole, scuole… Il bene primario, ma da noi nessuno se ne occupa. Se si vuol far crescere un Paese è lì che bisogna investire. Il sapere è l’unica garanzia di progresso, civiltà, benessere. Altrimenti vinceranno “gli altri” quelli che ragionano non con la testa ma con le armi».

Liliana Cavani

https://www.corriere.it/cronache/19_luglio_08/40-interni-10-interni-personcorriere-web-sezioni-b758ebe6-a1b8-11e9-acbd-9b1ee12e8baf.shtml

«Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti»

DIALOGO DI UN VENDITORE d’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

 © Giacomo Leopardi (courtesy Arthur Schopenhauer)