Categoria: inclusione

fine di un anno non finito

Roberto Maragliano da più di dieci anni ci spiega come il digitale non sia una tecnica capitalista che cancella la socratica dell’insegnamento: qui su doppiozero (https://www.doppiozero.com/materiali/scuola-post-shock) ha scritto qualche giorno fa un pezzo lucido e ancora una volta avanzato che non si fa ingabbiare in ordinanze, e decreti, e circolari, e timori, e vocazioni a sedazione e controllo; grandi idee come sempre le sue: niente sarà più come prima perché la scuola chiusa ha reso tutto trasparente, dislocato; è ora di accettare di essere anfibi (testi + interazioni creative), connettendosi a tutti i saperi del mondo. È ora, anche, dico io, di arieggiare le stanze prima di soggiornarvi, fare soffiare un vento di energia, di fiducia, di divertimento che spazzi le croniche lagne dei miei colleghi prof, le comprensibili ma insensate proteste delle madri che scambiano spero per sbaglio la didattica digitale per alienazione dei loro piccini. Chiaro, la distanza ci ha tolto affettività corporale, ma ha aumentato esponenzialmente la compassione psichica, la confidenza tra i prof disponibili e ragazzini, tra prof e genitori! I ragazzi hanno capito che il problema non sono i prof, ma un impianto burocratico e segregante che dovremmo far saltare in aria il più possibile in questo momento di confusione ministeriale e dirigenziale.

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sognare la classe ai tempi del coronavirus

né qui né là

A volte ammutolirei, per lo scoraggiamento. Ma zitto non posso stare. Tu, Mahmoud, torneresti? «No, no, neanch’io, siamo troppo poveri laggiù, non possiamo comprarci niente. Qui siamo poveri ma possiamo vestirci come gli altri, fare le cose che fanno gli altri». Mahmoud ha un iPhone 5, e fatico ogni mattina a fargli spegnere gli iPods lampeggianti con cui entra in classe. Rasha dice che le piace tornare d’estate nel villaggio originario dei suoi genitori, «perché ho tante sorelle, cugine, amiche, zie, nonni, tanta gente, e quando esco li incontro tutti e passo sempre una bella giornata. Qui posso uscire, il pomeriggio, ma dove vado? Devo studiare, e comunque da chi andrei? Non conosco nessuno, qui».

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più intelligence che lezioni

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. 

https://www.doppiozero.com/materiali/infiltrarsi-nellopposizione

infiltrarsi nell’opposizione

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. I primini dopo un paio di settimane capiscono che non tutti i professori urleranno se loro alzeranno progressivamente la voce tutti e 22 insieme, come una apocalisse in avvicinamento audio. Prima sono muti, poi cominciano a bisbigliare, poi a parlare sfrontatamente, infine a urlare come facevano alla primaria: sanno che potranno andare avanti così fino a che il prof non urlerà come la maestra, l’anno scorso.

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i gioielli di “Torino fa scuola”

Quindi è possibile fare il nuovo, fare il benessere: visita alle scuole medie “Fermi” e “Pascoli”, i gioielli di
www.torinofascuola.it (foto Maria Chiara Grigiante)

«i luoghi di socializzazione sono fondamentali»

«Sì, la scuola per me dovrebbe essere aperta dalle 8 della mattina fino a mezzanotte, almeno. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione dal Ministro Berlinguer nel ’98 e lui ha detto: «E chi mi paga i bidelli?». Se questi sono i problemi allora basta: lasciamole chiudere, alla una le chiudiamo e non se ne parla più.

I ragazzi, oggi, non hanno più luoghi di socializzazione. Una volta avevamo gli oratori, le sezioni di partito. Oggi quali sono i luoghi di socializzazione? Il bar. E cosa fa uno al bar, beve? Punto. Neanche le discoteche sono luoghi di socializzazione perché tanto non puoi parlare dalla musica fortissima che hai e dalla testa ormai rovinata dalle droghe che assumi in quella serata. Ecco, allora i luoghi di socializzazione sono fondamentali soprattutto adesso in una cultura dove la gente socializza attraverso i mezzi informatici, dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti.

E quindi bisogna trovarli questi luoghi di socializzazione. Che possono essere le scuole: sono edifici enormi, piene di aule e pieni di spazi vuoti. Benissimo. Poi, in questi luoghi, puoi benissimo coinvolgere giovani che mettono su dei teatri, giovani che mettono su degli atelier d’arte, giovani che insegnano a fare il cinema, giovani che insegnano a fare gli attori. Ecco. E allora dagliele queste benedette scuole, che magari qualche studente può andar lì e imparare qualcosa!

Non è che necessariamente questi giovani che fanno queste attività alternative devono insegnare, ma se lo fai nella scuola qualcuno ci va lì. E allora incomincia una socializzazione e anche una visualizzazione dei processi vocazionali. Uno vuol far l’attore o fare il pittore o fare il musico: vede che cosa vuol dire questa roba qua. Bisogna tenerle aperte. Alla sera in quelle scuole lì, poi si possono fare i compiti, si può anche far l’amore, perché no? È l’età giusta. E perché dove si deve fare? Vicino ai muretti, in camporella? Dove, dove si fa? Al cinema, neanche, no? Perché lì te li mettono uno vicino all’altro, non è come quando andavamo dove volevamo. Però allora non succedeva niente, stavamo malmessi. Benissimo.

Allora, cosa succede a questo punto? Che se la scuola diventa un luogo di socializzazione allora sì che svolge una funzione importante. E uno non è che si sente sequestrato quando va a scuola perché diventa la sua casa. Poi, non so, i bidelli. Ma questi ragazzi sono ragazzi che hanno dai 15 ai 18 anni (parlo soprattutto alle superiori). Ci sono le scuole da imbiancare, ma non sono capaci di prendere un pennello e imbiancarsi la loro aula? Però se in quell’aula lì succede qualcosa d’interessante allora ti viene voglia anche di metterla a posto bene».

«Il sapere è l’unica garanzia di benessere»

«Fosse per me in Italia farei solo scuole. Scuole, scuole, scuole… Il bene primario, ma da noi nessuno se ne occupa. Se si vuol far crescere un Paese è lì che bisogna investire. Il sapere è l’unica garanzia di progresso, civiltà, benessere. Altrimenti vinceranno “gli altri” quelli che ragionano non con la testa ma con le armi».

Liliana Cavani

https://www.corriere.it/cronache/19_luglio_08/40-interni-10-interni-personcorriere-web-sezioni-b758ebe6-a1b8-11e9-acbd-9b1ee12e8baf.shtml

la pizza prima degli esami