Categoria: management

né qui né là

A volte ammutolirei, per lo scoraggiamento. Ma zitto non posso stare. Tu, Mahmoud, torneresti? «No, no, neanch’io, siamo troppo poveri laggiù, non possiamo comprarci niente. Qui siamo poveri ma possiamo vestirci come gli altri, fare le cose che fanno gli altri». Mahmoud ha un iPhone 5, e fatico ogni mattina a fargli spegnere gli iPods lampeggianti con cui entra in classe. Rasha dice che le piace tornare d’estate nel villaggio originario dei suoi genitori, «perché ho tante sorelle, cugine, amiche, zie, nonni, tanta gente, e quando esco li incontro tutti e passo sempre una bella giornata. Qui posso uscire, il pomeriggio, ma dove vado? Devo studiare, e comunque da chi andrei? Non conosco nessuno, qui».

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più intelligence che lezioni

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. 

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“chi sarò”: un orientamento pensato per la realizzazione dei ragazzi

Nei primi mesi del terzo anno della scuola secondaria di primo grado (la “terza media”) i ragazzi, le ragazze (e i loro genitori) devono compiere in poche settimane una scelta di cruciale importanza nella loro vita. Oggi l’ORIENTAMENTO è poco più di una sbrigativa pratica burocratica che la scuola deve garantire per indirizzare gli allievi a qualche open day degli istituti superiori limitrofi all’istituto comprensivo. La maggior parte delle azioni di Città e Regioni è volta a trovare risorse umane per il sistema economico in poco tempo e con crescente attenzione più ai datori di lavoro futuri che alla felicità personale dei giovani cittadini

Nessuno dedica tempo all’ascolto e alla comprensione della vera vocazione dei tredicenni, noi lo facciamo!

Il segreto del successo nella vita
è fare della tua vocazione il tuo divertimento
MARK TWAIN

chi sarò è una azione di ORIENTAMENTO rivolta ai genitori e agli studenti. Il fine è quello di assicurare alle famiglie la chance di una consulenza attenta e mirata nella difficile scelta della scuola secondaria di secondo grado o del successivo corso di laurea. Noi proponiamo un nuovo training strategico per l’inserimento nel mondo del lavoro e per la soddisfazione di vita dei ragazzi. Il nostro originale test di orientamento (ChiSaròTest) disegna un profilo della personalità e rileva vocazione e skills reali dello studente. Un incontro di presentazione illustrerà agli studenti e ai loro genitori i capitoli dell’azione:

  1. aspirazione, attitudini, vero essere
  2. il primo passo nella “società liquida”: studiare per essere pronti a cambiare
  3. somministrazione del nostro test di orientamento (ChiSaròTest)

Obbiettivi? aiutare efficacemente i genitori nella fase decisionale e cominciare con i docenti una attività di monitoraggio della vocazione degli studenti da applicare durante tutto l’anno scolastico con la didattica di ORIENTAMENTO

Autori del progetto sono Maria Chiara Grigiante (https://www.linkedin.com/in/maria-chiara-grigiante-99511993/) e Daniele Martino (https://www.linkedin.com/in/martinodaniele/). Per informazioni: direzione@lascuoladeisaperisemplici.org

ho incontrato Nariko | Alice Di Leva

Il momento dell’inserimento, in asilo nido, è un momento denso di attese, ritorni, speranza e fiducia.

E in fondo, anche se è difficile dirselo, anche di paura.

È la paura dei piccoli, che per la prima volta lasciano che la mamma varchi una soglia e si allontani, lasciandoli in un posto che li accoglie ma che per la prima volta non ha il suo odore.

È la paura delle madri, che in un tempo che pare infinito sperimentano che lasciarsi è possibile, per mancarsi e ritrovarsi e dirselo: “Mi sei mancato”.

Ed è una prova per le educatrici, una prova che hanno già affrontato mille volte ma che ogni volta insegna.

Diventare adulti, decidere che il proprio mestiere è quello di prendersi cura, non ci rende immuni al pensiero di non poter bastare, a volte, di non essere abbastanza. Di non essere abbastanza per delle mani che cercano un altro viso, un altro corpo e un altro odore, a cui ripetere a bassa voce di non aver paura e, semplicemente, esserci.

Esserci e lasciare che questo non basti. Questo credo sia stato il compito più difficile dei miei primi anni di lavoro. Stare, prima delle competenze dei modelli e delle teorie che sostengono la tua professione. L’ho capito, per la prima volta davvero, quando all’asilo è arrivata Nariko.

Nariko è giapponese, i suoi genitori sono arrivati da poco in Italia, la mamma è una ragazza più piccola di me di 5 anni, parla molto poco l’italiano, e io non parlo per nulla la sua lingua, e questo crea un’inevitabile distanza di cui entrambe siamo evidentemente e sinceramente dispiaciute. La mamma di Nariko mi spiega di essere molto stanca, e che la bambina non è mai stata con altre persone, non si sono mai separate. Un mediatore linguistico avrebbe reso quello scambio zoppicante di informazioni un racconto fluido e pieno di vita. Ma il mediatore non c’è, non è previsto, e io cerco di dire con i gesti e con gli occhi tutto quello che vorrei poter dire in una lingua che non conosco.

Nariko, i primi giorni, piange molto, moltissimo. Ci sono con il corpo, con i gesti, con la voce, ma non con le parole, perché Nariko non le comprende. Cerco di imparare qualche parola in giapponese, ma la mia pronuncia non è convincente, non riesco a raccontare a Nariko che la mamma tornerà, molto presto, che ci sono io lì con lei, e lei di quelle parole ha bisogno, e ne ha diritto.

Non so come accadde e non so perché non ci pensai prima, forse notai che le brevi pause che Nariko si concedeva nei suoi lunghi pianti erano quelli riempiti da suoni melodici: il canto di un uccello, la musica di un giocattolo… Allora da quel giorno, quando Nariko iniziava a piangere, io iniziavo a cantare. Erano suoni dolci, bassi e prevedibili. Erano melodie semplici. Era il nostro esperanto. Era il mio modo di esserci oltre le parole e Nariko smise di piangere e cominciò a riprodurre quei suoni, e a riderne.

Le parole sono arrivate con il tempo, ma noi ormai, ci eravamo già incontrate.

Alice Di Leva © la scuola dei saperi semplici 2017

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architetture fantastiche

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sorella acqua: un laboratorio di consapevolezza | Collegno 2016

Il dialogo filosofico ha contribuito a formare e ad acuire la consapevolezza sul valore che l’acqua ricopre nella vita del pianeta. Ciò è stato possibile grazie alla struttura stessa del dialogo: i bambini seduti in cerchio hanno potuto esprimere, ognuno liberamente, considerazioni, dubbi, curiosità arricchendo così la riflessione comune; quest’ultima è stata guidata dal filosofo che li ha aiutati a problematizzare e approfondire ulteriormente la tematica.

La teoria degli elementi è stata presentata a diversi livelli di profondità e completezza. In alcuni casi si è partiti dalla concezione energetica dell’universo, e attraverso la differenziazione tra Yin e Yang si è giunti a parlare di elementi e meridiani (canali percorsi dall’energia nell’attraversare il corpo dei viventi, che si esprimono nelle rispettive funzioni vitali). In altri casi si è preferito parlare solo di elementi, e della loro manifestazione nella vita quotidiana.

Una volta il Buddha stava andando da una città all’altra con alcuni dei suoi monaci. Questo episodio accadde nei primi giorni; mentre erano in viaggio raggiunsero un lago, si fermarono lì e Buddha disse ad uno dei suoi discepoli: «Sono assetato, prendimi per favore un po’ di acqua da quel lago». Il discepolo si diresse lì.

Quando arrivò si accorse che giusto in quel momento un carro trainato da un bue stava attraversando il lago con il risultato che l’acqua si fece molto fangosa e torbida. Il discepolo pensò: «Come posso dare da bere al Buddha quest’acqua torbida?» Così tornò indietro e disse al Buddha: «L’acqua lì è molto fangosa, non penso sia il caso di berla».

Dopo circa mezz’ora Buddha chiese ancora allo stesso discepolo di tornare indietro al lago per prendergli dell’acqua da bere. Il discepolo ubbidiente si diresse lì e anche questa volta trovò l’acqua fangosa; ritornò e informò il Buddha. Dopo un po’ il Buddha chiese nuovamente al discepolo di tornare al lago; il discepolo trovò il lago pulito e l’acqua assolutamente pura. Il fango era sceso verso il fondo e l’acqua in superficie sembrava perfetta per essere presa.

Così raccolse dell’acqua in un recipiente e la portò al Buddha che la guardò e poi, rivolgendosi al discepolo disse: «Guarda cosa ha reso l’acqua pulita, Hai lasciato fare…e il fango si è depositato da solo…e tu hai potuto prendere l’acqua pulita.  Anche la tua mente è così! Quando è disturbata lasciala stare, dagli un po’ di tempo e si calmerà da sola. Non devi sforzarti per calmarla, accadrà, senza sforzo».

con Daniele Martino, Elisabetta Battaglia, Matteo Di Stadio