Categoria: pedagogia

fine di un anno non finito

Roberto Maragliano da più di dieci anni ci spiega come il digitale non sia una tecnica capitalista che cancella la socratica dell’insegnamento: qui su doppiozero (https://www.doppiozero.com/materiali/scuola-post-shock) ha scritto qualche giorno fa un pezzo lucido e ancora una volta avanzato che non si fa ingabbiare in ordinanze, e decreti, e circolari, e timori, e vocazioni a sedazione e controllo; grandi idee come sempre le sue: niente sarà più come prima perché la scuola chiusa ha reso tutto trasparente, dislocato; è ora di accettare di essere anfibi (testi + interazioni creative), connettendosi a tutti i saperi del mondo. È ora, anche, dico io, di arieggiare le stanze prima di soggiornarvi, fare soffiare un vento di energia, di fiducia, di divertimento che spazzi le croniche lagne dei miei colleghi prof, le comprensibili ma insensate proteste delle madri che scambiano spero per sbaglio la didattica digitale per alienazione dei loro piccini. Chiaro, la distanza ci ha tolto affettività corporale, ma ha aumentato esponenzialmente la compassione psichica, la confidenza tra i prof disponibili e ragazzini, tra prof e genitori! I ragazzi hanno capito che il problema non sono i prof, ma un impianto burocratico e segregante che dovremmo far saltare in aria il più possibile in questo momento di confusione ministeriale e dirigenziale.

https://www.doppiozero.com/materiali/9-scuola-fine-di-un-anno-non-finito

DiDi forever!

Dal 28 febbraio 2020 non abbiamo più messo piede in aula. Finita la didattica in presenza. Mi sono battuto subito con le mie due DS perché al più presto svegliassero dal sonno le G-Suite delle due scuole. Non è stato facile, c’è stata molta resistenza da parte della grande maggioranza dei colleghi dei miei due consigli di classe.Dal 30 marzo 2020, dopo un mese sulla mediocre WeSchool, ho potuto attivare le mie due classi, con soddisfazione operativa mia e chiarezza di utilizzo per gli studenti.

Fino a febbraio 2020 utilizzavo la piattaforma Padlet, per quella che intendo chiamare Didattica Digitale (DiDi), che non ha nulla di particolarmente diverso dalla Didattica Digitale che potevamo fare prima del lockdown, e da quella che potremo rifare dopo (io la rifarò assai), La “Distanza” l’ha imposta la pandemia Covid-19, non la scuola, e il protrarsi della distanza di allievi e docenti dalle scuole è stata una scelta del Governo italiano, in deludente controtendenza rispetto alla maggior parte dei Paesi UE e occidentali. Padlet l’avevo inserito per superare l’utilizzo della sala audiovisivi, che ho visto niente affatto interattiva per gli studenti (semmai moltiplicava la loro passività sonnacchiosa); usavo Padlet per fare BYOD (Bring Your Own Device) in aula, con i loro smartphone, e loro erano entusiasti. Padlet ha il limite di essere una dashboard di post, non ha una ricerca database per parole-chiave, così mi sono totalmente affidato alla Suite Google for Education.

Quindi, non l’ho mai chiamata e mai la chiamerò “didattica a distanza”, perché c’è nella semantica un non detto piuttosto malintenzionato di “temporaneità eccezionale e drammatica”, cui rimediare al più presto con il ritorno in aula prima o poi, con la didattica “di vicinanza”.

La Didattica Digitale (DiDi) è semplicemente uno strumentario di metodologie didattiche: uno degli aspetti positivi della pandemia è stato poterle imporre una prodigiosa accelerazione, che ha lasciato indietro molti insegnanti e pochissimi studenti, che hanno goduto di una chance fenomenale per le loro modeste competenze digitali.

Al ritorno “in presenza” intendo mantenere un uso intenso della Didattica Digitale, per passare alla fase successiva, dopo l’apprendistato degli studenti in questi tre mesi forzatamente domestici: dovranno finalmente cominciare a produrre loro, creando artefatti in strutturate unità di apprendimento. Sarebbe ideale avere in ogni scuola un tablet o un Notebook della scuola, per studente, e lavagne interattive Sharp, ma per ora mi arrangerò con quel che troverò nella scuola in cui finirò daccapo (ah già, sì, sono un P R E C A R I O, noi siamo impallinate api impollinatrici…) e la DiDi sarà sempre con me.

Daniele Martino

imparare l’amore

Parlare di sesso è ancora imbarazzante. Lo è tra padre e figlio, madre e figlia. Lo è un po’ meno tra adolescenti, ma se provi in classe a chiamare con il loro nome riproduzione, violenza sessuale, affetto, amore, i ragazzi dagli 11 ai 13 anni immediatamente si alterano e ridono, o si scandalizzano, o pensano che il prof sia un po’ strano, eccessivo, anormale. Se in una classe vado avanti, e avvio un dialogo, vedo che i ragazzini sono imbottiti di luoghi comuni, di poche informazioni “laiche”, di pochissimi attrezzi di comprensione e autonomia; le ragazze hanno già avuto le prime mestruazioni (menarca), i ragazzi le prime polluzioni e masturbazioni (spermarca), ma parlarne è tabù, una cosa insieme imbarazzante e sporca. Io comincio sempre dicendo che il sesso è del tutto naturale, perché tutti i presenti sono nati da un rapporto sessuale, da due persone molto o poco innamorate, ma veniamo tutti da lì.

https://www.doppiozero.com/materiali/sex-education-lezioni-di-metodo

i giorni del virus

Non li vedo e non li sento da dieci giorni. Mi sono riposato anche troppo. Ho passato ore e ore ogni giorno a cercare le fonti autentiche, scientifiche sul coronavirus. Quando le trovo le condivido sui gruppi WhatsApp e sulle mailing list dei colleghi. Con i colleghi sono rimasto in contatto. Ne ho anche visto qualcuno. Spesso scherziamo, a volte condividiamo soprattutto l’incertezza, e i rush di angoscia. Quando abbiamo capito che anche la nostra regione avrebbe chiuso i suoi edifici per due settimane consecutive qualche studentessa (il femminile non è casuale, perché i maschi per la chiusura stanno gongolando e rincoglionendo su videogiochi e smartphone, as usual) si è fatta finalmente viva, incorporea e muta.

https://www.doppiozero.com/materiali/6-chiusi-virus-messaggi-nella-rete

è l'ora del costruzionismo!

Allora apriamo con coraggio l’era del costruzionismo, partendo dalla costruzione dell’ambiente di apprendimento per abbattere la tensione tra astrazione e concretezza. Incominciamo a costruire, non più in senso metaforico ma materiale, reale. Ora nel percorso di trasformazione di queste due scuole è crollata la tensione tra pedagogia e architettura, e si è fatta strada con coraggio virtù della bellezza e il legame tra ingegnosità e arte. La bellezza della scuola nella quale uno studente è immerso per la maggior parte del suo tempo quotidiano è esperienza stessa di vita che educa senza parole, che rimanda a dimensioni di responsabilità individuale e collettiva, i quali si trasformano implicitamente in potenti strumenti pedagogici capaci di rivoluzionare il modo di fare scuola. 

Maria Chiara Grigiante
“Dirigere la scuola” dicembre 2019

né qui né là

A volte ammutolirei, per lo scoraggiamento. Ma zitto non posso stare. Tu, Mahmoud, torneresti? «No, no, neanch’io, siamo troppo poveri laggiù, non possiamo comprarci niente. Qui siamo poveri ma possiamo vestirci come gli altri, fare le cose che fanno gli altri». Mahmoud ha un iPhone 5, e fatico ogni mattina a fargli spegnere gli iPods lampeggianti con cui entra in classe. Rasha dice che le piace tornare d’estate nel villaggio originario dei suoi genitori, «perché ho tante sorelle, cugine, amiche, zie, nonni, tanta gente, e quando esco li incontro tutti e passo sempre una bella giornata. Qui posso uscire, il pomeriggio, ma dove vado? Devo studiare, e comunque da chi andrei? Non conosco nessuno, qui».

https://www.doppiozero.com/materiali/2-e-tu-torneresti-in-marocco

più intelligence che lezioni

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. 

https://www.doppiozero.com/materiali/infiltrarsi-nellopposizione

infiltrarsi nell’opposizione

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. I primini dopo un paio di settimane capiscono che non tutti i professori urleranno se loro alzeranno progressivamente la voce tutti e 22 insieme, come una apocalisse in avvicinamento audio. Prima sono muti, poi cominciano a bisbigliare, poi a parlare sfrontatamente, infine a urlare come facevano alla primaria: sanno che potranno andare avanti così fino a che il prof non urlerà come la maestra, l’anno scorso.

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apprendere nel bello

La didattica con cui si è pensata l’architettura ora sarà l’ambiente per un nuova didattica: in spazi pieni d’aria, di luce, con i banchi che scorrono su rotelle per muovere gli studenti in didattiche finalmente realizzabili, con lavagne elettroniche di ultima generazione (i BigPad della Sharp), con gli armadietti personali numerati per ogni studente per lasciare qui i libri, con i bidoncini della raccolta differenziata graziosi nel design tipo bocche-di-aerazione-di-nave, con decine e decine di spazi per leggere un giornale, sciallare in questi «spazi calmi», sprofondare in un puff, dove poter studiare da soli in un momento di difficoltà, con casette-nido per confortare il meltdown di un ragazzo autistico, con aule insegnanti dotati di angolo cucina per mangiare tranquilli, con bagni puliti e belli… 

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